Un Orrore Chiamato Contingenza
- 14 nov 2022
- Tempo di lettura: 17 min
Analisi critica ed ermeneutica sull'opera L'Isola del Dottor Moreau

Introduzione: Una visione inaccettabile
Facciamo un piccolo esperimento. Immaginate di vivere nel Regno Unito durante l’Aprile del 1896. È una giornata come tutte le altre: vi svegliate di buon’ora, salutate i vostri cari per andare a lavorare e prendete dei giornali da leggere durante la tratta della vostra metropolitana di fiducia. Fortuna (o sfortuna, se preferite) vuole che uno di questi sia la rivista mensile “Review of Reviews” e che abbia un articolo dedicato al giovane autore emergente H.G Wells. Più nello specifico, è una recensione della sua ultima opera, L’Isola del Dottor Moreau, che riporta un inequivocabile affermazione qualitativa: “Non avrebbe mai dovuto essere scritto”. Siccome siete di carattere cauto, iniziate a chiedervi se tali aspre parole non siano state professate a sproposito. Tuttavia, non fate nemmeno in tempo a terminare il pensiero che, sui vagoni della metropolitana, notate come alcune persone stiano proprio sfogliando l’opera incriminata, pronunciando frasi come “una profonda manifestazione di imbecillità”; “nauseante”; “un abisso di sgradevolezza repellente”; "blasfemo e ridicolo". Udendo ciò, concludete che il signor Wells debba avere dei problemi mentali.
Ironicamente, Wells aveva già anticipato la recezione che avrebbe avuto la sua opera all’epoca. Infatti, perfino il protagonista di questa finzione, una volta salvato dal naufragio della nave su cui viaggiava, la Lady Vain (ma che cos'è che è vano in questa narrazione? Lo vedremo nei prossimi capitoli), raccontò una storia bizzarra grazie alla quale “[…] tutti lo presero per pazzo”(come ci narra suo nipote nel Prologo). Il poveretto, il cui nome è Edward Prendick, decise allora di non raccontarla più a nessuno. Il caso, però, volle che fra i suoi documenti personali, suo nipote trovasse il seguente resoconto della vicenda. Ovviamente, il giovane non si sogna nemmeno che la storia sia reale, tant’è vero che cita, a prova di ciò, i resoconti negativi delle spedizioni effettuate nell’Isola su cui doveva essere naufragato, per poi fuggire, suo zio. Nessuna creatura ripugnante venne ritrovata, sebbene vi furono degli animali con dei tratti non comuni (il ché non equivale a dire non bestiali). Eppure… eppure… alcune cose tornano. Una goletta, l’Ipecacuana, fu avvistata in diversi porti per poi scomparire nel dicembre del 1887, data che combacia con la storia di Prendick. Quest’ultima trasportava diversi animali tra cui un puma.
Certamente si dirà: <<E con questo?!? Cosa c’è di sconvolgente?!?>>. Ebbene, è da tali affermazioni che si capisce che il libro non è stato proprio letto da voi. Se lo aveste fatto, avreste compreso perfettamente le persone dell’epoca ed avreste anche capito la necessità che perfino la finzione stessa, sede dell’improbabile ed impossibile, fosse costretta a rigettare una tale prospettiva. Ci troviamo, infatti, dinnanzi alle conseguenze esistenziali implicite delle scoperte scientifiche dell’epoca, specialmente quella di Darwin che Wells ed il protagonista studiarono dal docente Huxley (il sostenitore più feroce della suddetta teoria); nonché di considerazioni perverse che sono ancora di grande attualità sul piano dei rapporti socio-culturali. Non vi resta, allora, altro che mettervi comodi nel proseguire la lettura… Ne avrete bisogno.
ATTENZIONE!!! SEGUONO SPOILER MAGGIORI E MINORI SULL’OPERA. SE NON L’AVETE ANCORA LETTA, VI CONSIGLIO DI INTERROMPERE QUI LA LETTURA E RIPRENDERLA ALLA SEZIONE “COMMENTO FINALE”. BUON PROSEGUIMENTO.
Capitolo I: Cosa ci vuole per essere un uomo
Dunque, abbiamo detto che Prendick è naufragato dopo che la Lady Vain colpì un relitto durante i suoi dieci giorni di navigazione. In seguito, egli si ritrovò in una lancia di salvataggio con altri due individui. I giorni passavano e per nulla nel migliore dei modi, tant’è che già “Dopo il primo giorno, non ci rivolgevamo quasi più la parola […] il quarto giorno finì l’acqua, e ormai i nostri occhi esprimevano i pensieri più dissennati […]”. Tuttavia, il sesto giorno uno dei suoi compagni di disavventura “[…] diede voce alla cosa che tutti noi avevamo in mente […] “, ossia che qualcuno doveva offrire la propria carne in sacrificio per donare la salvezza ai suoi compagni. Tutti, sebbene Prendick affermi con veemenza di essersi opposto a quell’idea (almeno all’inizio), alla fine cedettero e decisero di tirare a sorte. Nonostante ci fosse un accordo, la persona designata dal caso non ne voleva proprio sapere di rispettarlo e si generò una lotta che si concluse con i corpi dei compagni di Prendick caduti in mare ed affondati nell’oscurità delle sue acque. Non mi dilungherò ulteriormente con il riassunto dell'opera, bensì darò ora per scontato che voi abbiate ben chiaro che cosa accade in generale nel corso della narrazione.
Perché ho cominciato questo primo capitolo d’analisi con l’inizio del resoconto della tragedia di Prendick? Ebbene perché il tema dell’umanità e, più in particolare, della dignità è fondamentale nel corso dell’opera di Wells, e la sua trattazione prospettica ci consente di osservare la stratificazione dei personaggi principali che, chiaramente, sono tutti umani.
Partiamo dall’uomo del momento, ossia Prendick. Come si comporta quest’ultimo quando osserva o contempla gli atteggiamenti nonché l’apparenza degli uomini bestia? La prima testimonianza che abbiamo, è quella dell’incontro tra lui e M’ling, il servo di Montgomery, dove afferma che “Quella faccia nera mi si parò dinanzi all’improvviso e mi sconvolse nel profondo […] il viso sporgeva in avanti, e ricordava vagamente il muso di un animale […] denti così bianchi come non ne avevo mai visti nella bocca di un uomo […]”. Dunque, si può affermare che è un incontro inquietante e disturbante che, a prima vista, poco ha a che fare con un’esperienza dell’umano o famigliare; ma, a quanto pare, non abbastanza da non fargli pronunciare, dopo le brutalità inflitte a M'ling da parte di uno degli uomini del burbero capitano dell’Ipecacuana, “Quel povero diavolo stramazzò al suolo come un bue abbattuto[…]”. Quindi, abbiamo straniamento ma ancora la possibilità di un rapporto alla pari fondato sulla compassione, la quale si fa sentire in modo sostanziale anche durante gli urli disumani del puma nel recinto di Moreau. Infatti “Il riverbero emotivo di quelli strilli cresceva sempre più dentro di me, acuendo così tanto la mia sofferenza che a un certo punto non riuscii più a tollerarla […] era come se tutto il dolore del mondo avesse trovato una voce. Se avessi saputo che quel dolore veniva dalla stanza accanto ma fosse stato muto, credo proprio […] che avrei potuto sopportarlo con minor fastidio”. Vedremo che il minor fastidio di Prendick non sarà di difficile evocazione.
Nel frattempo, faccio notare come egli, durante la sua scampagnata per i meandri delle foreste dell’isola (dove incontra tre figure umanoidi nude intente a compiere uno strano rituale ed una figura umana a quattro zampe impegnata ad abbeverarsi), cominci ad avere alcuni dubbi sull’umanità di questi individui. Ciò è dovuto sia al loro atteggiamento che al loro aspetto (dubbi iniziati dalla scoperta delle orecchie a punta di M’ling). Ma è di notte, quando il carattere fenomenico degli enti si dissolve, che ha inizio una scena di fuga in cui l’umanoide bestiale ed assettato si spoglia di qualsiasi carattere umano per diventare meramente istinto o predatore indistinto, tramutandosi nella “cosa”; sebbene quella creatura affermi, durante un incrocio di sguardi con la sua vittima mentre la seguiva di soppiatto, “No!” per poi voltarsi ed andarsene. Cercava, quindi, di resistere ad un impulso distruttivo ma anche autodistruttivo, dal momento che, se avesse compiuto quell’uccisione, avrebbe peccato dinnanzi alla Legge degli uomini bestia.
Prima di proseguire, ci tengo a sottolineare come l’intera sequenza di fuga notturna di Prendick sia scritta magistralmente; tanto da coinvolgere lo stesso lettore, facendogli percepire quell’umanoide come non più umano e rendendo angosciante l’intera vicenda, data dallo spaesamento di Prendick, per cui tutto quanto l’ambiente diviene una trappola mortale in attesa di poter porre fine all'esistenza della preda (sebbene sappiamo non potrà accadere e sta proprio qui il talento, nonché la vera abilità, nella descrizione dei luoghi; ovvero, nel rendergli più imponenti degli stessi personaggi in quel dato momento, fornendogli, paradossalmente, il carattere di veri protagonisti con la conseguenza di sospendere qualsiasi meta analisi del lettore per immergerlo pienamente in quel mondo).
Ad ogni modo, quando Prendick decide di entrare nel recinto, credendo di assistere alla sperimentazione di Moreau su un essere umano, egli scappa in preda all’istinto di sopravvivenza più sfrenato. Inizia un’altra sezione magistralmente raccontata che ci fa entrare pienamente nell’agonia personale di Prendick, nei suoi pensieri paranoici, rendendo perfino noi stessi convinti della sua fine e facendoci provare pena per quelle creature abominevoli, i quali altro non sono se non esseri umani degradati alla bestialità (od almeno così pensa Prendick in quel momento). Per salvarsi, Prendick chiede perfino aiuto agli uomini bestia stessi, provando sempre maggior pietà per quelli uomini ormai perduti in un doppio senso. Moreau, infatti, non gli ha solo regrediti alla bestialità ma gli ha resi totalmente dipendenti a sé, grazie all’instaurazione di una Legge ed alle punizioni che vengono elargite a chi ha il coraggio di profanarla (arrivando perfino ad un ritorno nella Casa del Dolore, ossia il luogo in cui vengono condotte le sperimentazioni che sono ancora vive nella memoria dei malcapitati).
Neanche per un momento, in questa fase della sua disgrazia, Prendick pensa che gli uomini bestia meritino la condizione nella quale vivono. Tuttavia, quando Moreau gli spiega che non lo stava inseguendo per torturarlo, bensì per chiarire la situazione, le cose iniziano a cambiare. Difatti, una volta esposto il fatto che quelli che lui reputava esseri umani non erano altro che animali modificati tramite la vivisezione e l’innestamento di tessuti fisici, Prendick non prova più turbamento dinnanzi alle urla dell’ora scoperto puma ma “Assuefatto com’ero a quel posto abominevole, non provai un briciolo di pietà quando senti il grido del puma”.
Ora, è opportuno specificare una cosa prima di entrare nel cuore della questione. Questa totale apatia e distanza dagli uomini bestia si verificò dopo sei mesi di permanenza dove, in precedenza, aveva ucciso perfino il suo attentatore notturno dopo aver visto, nella sua espressione, la disperazione dinnanzi alla prospettiva di tornare nella Casa del Dolore di Moreau. Dunque, è questa la forza della pietà e compassione: sei mesi. Dopodiché, Prendick non si fece troppi scrupoli a ferire o minacciare gli uomini bestia, tenergli sotto la dipendenza della Legge e considerarli dei subumani non meritevoli di alcun conforto ma, anzi, solo nauseanti. Dopotutto, essi costituivano solo un ostacolo fra lui ed il suo ritorno a casa.
Ma quanta ipocrisia e contraddizione c'è in tutto ciò? Egli afferma che gli uomini bestia gli provocano disgusto per il loro aspetto e per come si comportano, nonché per i loro stupidi rituali e codici che seguono. Però, lui non era forse l'uomo malaticcio che all'inizio della nostra storia voleva divorare un altro uomo, andando contro tutti i precetti morali e religiosi del suo tempo? <<Certo>>, si risponderà, <<ma bisogna ricordare che all'inizio si oppose all'idea>>. Appunto, proprio come il suo inseguitore notturno e per gli stessi identici motivi. E non è forse vero, od almeno probabile, che egli ebbe anche pietà di quello stesso potenziale carnefice proprio per il suo essere braccato da alcuni predatori (come nell'episodio notturno)? D'altronde, ad un certo punto, Prendick stesso afferma di essere divenuto un uomo bestia dopo essere ritornato alla loro tana per prendere delle provviste.
Quindi, la questione è la seguente: se in lui si aprono certe volte degli spiragli di empatia nei confronti degli uomini bestia, riconoscendo perfino che le differenze fra loro non sono così abissali, come mai egli si aliena così tanto da loro al punto da arrivare a sentirsi legittimato per il proprio carattere dispotico ed i suoi inganni? Ebbene, non ci resta che studiare un'altra cavia: Moreau.
Nel capitolo XIV dell'edizione, egli stesso ci espone la sua persona in un dialogo serrato con Prendick al fine di tirarlo dalla sua parte. Vediamo il compiacimento nelle sue parole mentre rivela al narratore le potenzialità che la vivisezione, grazie al suo approccio sperimentale, è capace di realizzare. Comprendiamo, dunque, che Moreau sia un uomo di grande intelletto scientifico e dotato di un orgoglio non proprio velato. Tutto bene, finché Prendick non pone la fatidica questione: " [...] Come giustificate tutto il dolore che infliggete? [...] ". Moreau ammette perentoriamente che ciò è possibile poiché egli non è un materialista come Prendick. L'interrogante rifiuta categoricamente questo appellativo, costringendo Moreau a specificare che materialista è solo colui che pone come criterio morale il dolore fisico, poiché è così che operano gli animali; mentre chi opera nel campo della scienza si accorge che "[...] il dolore è un dettaglio di poco conto [...]", e Prendick è una mente affine a Moreau (escluso questo dettaglio che non tarderà ad essere amputato). Quindi, vedendo questa inclinazione spirituale e scientifica che guarda al piacere ed al dolore come concetti da cui bisogna distanziarsi, non ci si sorprende sia dalla sua affermazione di conoscere le intenzioni del Creatore, sia dal fatto che in una ricerca scientifica bisogna guardare agli enti come domande che attendono risposta ( "[...] Non potete immaginare che strano piacere incolore susciti questo genere di brame intellettuali [...] - grassetto mio ). Ma se qualcuno osasse obiettare a Moreau che queste medesime riflessioni e moti dell'animo siano presenti anche negli uomini bestia, ecco che cosa vi risponderebbe: "[...] Ma io vedo oltre, scruto nelle loro anime, e vedo soltanto anime bestiali, bestie che muoiono... Vedo la rabbia e il desiderio di vivere ed appagarsi [...] In loro c'è una specie di sforzo di innalzarsi, in parte vanità, in parte desiderio sessuale represso, in parte curiosità repressa. É come una gigantesca presa in giro [...]".
Eppure, della rabbia, seppur lieve, può essere ritrovata perfino nel dottor Moreau quando argomenta le sue tesi a Prendick o quando espone i suoi fallimenti ed i suoi uomini bestia così imperfetti e ripugnanti; oppure, quando espone la stessa condizione umana. Inoltre, come non notare che il continuo perpetuare le sue torture ed i suoi esperimenti risponde perfettamente alla logica del desiderio che rimane costantemente inappagato. Si dirà che è una questione di purezza... Ah, sì... Il puro... Quante atrocità può giustificare questa parola e, se non mi si crede, lo si vada pur a chiedere ai progetti di pulizia razziale od alle pratiche di punizione corporali autoinflitte ogni qualvolta si commetteva un peccato (solo per citarne alcune).
No, la questione qui è un'altra e Prendick lo sa bene. Tutte quelle sensazioni sgradevoli che provava, e l'impeto con le quali le esprimeva, non avevano altra origine se non dal perturbante. Che cosa indichi questo stato emotivo è subito detto. Non si tratta di nient'altro se non della scoperta di qualcosa che doveva rimanere sepolto; nello scoprire che ciò che reputavamo famigliare, altro non era se non ciò che di più estraneo avessimo. Perturbante non è nient'altro che la scoperta dell'alterità nella propria identità. Logico, dunque, che essa debba venir espulsa quanto prima, pena la completa follia o caduta del proprio mondo. E quale modo più efficace, se non quello di affermare che, in realtà, è il fondo di tutte le cose che, proprio perché in quanto originario non può essere conosciuto pienamente o ricondotto all'esperienza abituale, assegna il proprio status nel mondo? Così, tutte le cose divengono doppie o ricurve; ogni cosa non indica più sé stessa ma rimanda ad altro, a qualcosa di invisibile che, certo, non si può vedere ma si può di gran lunga sentire (la soggettività assoluta come assoluta ragione). Oh, vecchi mascalzoni! Quali diavolerie non vi inventate per proteggervi. Voi dite pure che questo statuto autentico sia invisibile; dite di esserne certi... eppure avete costantemente bisogno di ricordarvelo. <<Come?>> mi domanderete. Ebbene, in nessun altro modo se non esercitando il proprio dominio nei confronti dell'alterità (la quale, ricordiamo, è la vostra identità), degradandola quanto più possibile, mettendola in riga quando si avvicina troppo... Insomma, rendendola Alterità (intendendo con ciò un'estrinsecazione sostanziale della nostra alterità che ora si è da noi completamente estraniata). Non è per questo che gli uomini bestia vi devono chiamare " l'Altro con la frusta " e con altri nomignoli altezzosi? E la Legge che si sono autoimposti, e che voi avete incoraggiato, non serviva proprio a questo scopo? A ricordarli costantemente la loro imperfezione, la loro impurità?
<<Fermo!>> mi ammonirete. <<Prima di continuare, devi parlare di Montgomery, colui che ha " un debole inconfessabile per qualcuno di quei bruti[...]". Lui non infrange le tue sarcastiche e sprezzanti parole?>>. Avreste effettivamente ragione, se i fatti non vi contestino. Anzi, forse dovrei ringraziarvi per permettermi di illustrare meglio il mio punto. Infatti, sebbene a più riprese venga fatto notare da Moreau e Prendick stesso che Montgomery abbia una certa affinità e simpatia verso le creature, anch'egli non manca di esercitare il proprio potere dispotico nei loro confronti. Basti ricordare la prima interazione che ha con M'ling, il suo servitore. Infatti, il secondo, dopo aver riferito a Montgomery che a prua gli altri passeggeri non lo vogliono, si sente rispondere così dal suo sensibile amico: "Cosa? Non ti ci vogliono? [...] Ma io te lo ordino!". Lascio a voi il compito di raccattare tutti i momenti in cui esercita la sua violenza e le sue minacce verso quest'ultimi.
Tuttavia, perché si comporta in questo modo nei loro confronti se ha un debole per loro? La ragione ci è presto detta dall'uomo in persona: " Perché adesso mi trovo qui - bandito dalla civiltà - invece di vivere sereno e godermi i piaceri che Londra ha da offrirmi? Soltanto perché - undici anni or sono - in una notte brumosa, ho perso la testa per dieci minuti ". Senso di inferiorità a cui corrisponde un desiderio di rivalsa, che ha bisogno di un oggetto su cui scaricarsi, ed il cui scopo non può che essere il ripristino della propria identità e del proprio benessere. Quello che abbiamo già esposto, insomma.
Eppure, anche in Montgomery ci sono attimi in cui quella stato perturbante, carico di verità, lo invade... Uno di questi gli sarà fatale. " Che razza di mondo stupido! [...] Non ho mai vissuto una vita degna di questo nome. Mi chiedo quando comincerò. Sedici anni in balia di governanti e maestri, cinque anni a Londra a sgobbare sui libri di medicina [...] per ritrovarmi poi catapultato in quest'isola bestiale. Dieci anni qui! E per cosa, Prendick? Siamo forse bolle di sapone? [...] Ormai è tutto finito, non lo capite? Domani mi taglierò la gola. Ma stasera mi darò alla più smodata gozzoviglia [...] bevete, bruti che non siete altro! Bevete e siate uomini [...] ". La rivelazione che apre le porte alla follia, alla fine, alla caduta del castello di carte verso cui Prendick non può far altro che constatare la trasformazione di Montgomery in bestia.
Ma è davvero così? Un primo passo è stato compiuto, dal momento che Montgomery ricerca le bestie per farle divenire uomini e darsi insieme alla pazza gioia (riconoscendo l'alterità nell'identità, coprendo l'abisso con del buon alcool), ma quello decisivo no. Ci ritorneremo. Prima di concludere questa sezione, analizzando brevemente la reazione degli uomini bestia dinnanzi allo scarto con gli uomini dato dalla purezza, vale la pena notare un particolare. A differenza di Montgomery, il quale muore per la sua incapacità di processare affermativamente questa rivelazione, Moreau muore per la volontà di dimostrare a sé stesso di essere quell'uomo divino, e non bestiale, che tanto desiderava ma che non aveva altra destinazione se non la mascella aguzza del suo amato ed odiato puma.
Per concludere, come reagisce l'alterità quando viene fatta percepire come Alterità? Innanzitutto, ella non ha nemmeno il compito di reagire dal momento che gli vengono subito mostrate le conseguenze dolorose, dovuta a questa sua trasformazione, tramite le torture inflittegli. Ma quest'ultime, unite al controllo ed all'educazione, devono far sorgere qualcosa. La possibilità di un riscatto od il desiderio di redenzione, ecco cosa. Essi devono costantemente aver presente la loro differenza ma, allo stesso tempo, gli deve essere garantito un riconoscimento futuro come non-Alterità, a patto che egli faccia suo un codice di condotta. Così il diavolo diviene divino e le mani di sangue si trasformano in mani di dolce miele. La Legge diviene uno strumento di purificazione per ricevere dal Padre (o padre) un <<eccoti, io ora ti vedo>>.
D'accordo. Ma una volta distrutto il signore o padrone, cade anche il desiderio di riconoscimento... Giusto? Sbagliato. La condizione di impuro o di indegno o inumano viene, a volte, talmente assimilata dal servo che esso si immedesima totalmente in essa, garantendo la sua totale sottomissione. Essa diviene la sua identità ed il suo riconoscimento si fa impossibile, proprio perché la stessa impossibilità di esso viene introiettato inconsciamente, rendendo la sua perpetua castrazione un sublime piacere e la sua ragione d'essere (anche se non sempre ha successo, in quanto l'individuo può sempre cedere ai suoi altri istinti di notte- fonte di anonimato- per rilasciare questa sua frustrazione pulsionale e con essa la violenza più sadica o bruta). É ciò che, appunto, accade dopo la morte di Moreau e Montgomery, e la successiva caduta temporanea allo stato bestiale di Prendick. "[...] Amiamo la Legge e continueremo a rispettarla [...]" ed è proprio questa conservazione del carattere divino della Legge (e pensare che sarebbe bastato criticarla od interrogarsi su di essa per renderla propria o personale o, solamente, legge) che garantirà l'ascesa di Prendick come signore incontrastato... Almeno fino all'involuzione degli uomini bestia ed all'emancipazione della loro violenza o della loro crudeltà disinibita e, perciò, incontrollabile nuova padrone.
Capitolo II: La possibilità di non essere
Dunque, in quest'opera vi è l'esposizione del meccanismo di difesa della propria identità, rivelata come non-identità dallo stato emotivo del perturbante, tramite l'assoggettamento dell'alterità responsabile di questa rivelazione. Ma questo rimane sul piano particolare mentre non abbiamo nemmeno toccato quello generale. É giunto il momento di affrontare l'elefante nella stanza: la teoria dell'evoluzione.
Ora, non ci caleremo in un'analisi accurata e precisa di quest'ultimo. Ci basti solo ricordare che l'evoluzione graduale di una specie è data da due fattori: le modificazioni casuali del patrimonio genetico e la selezione naturale operata in un determinato ambiente. Nell'epoca precedente a Darwin, la concezione dominante dell'uomo era rappresentata dall'umanesimo: corrente filosofica che ruotava intorno all'idea che la natura od essenza umana consistesse nella sua razionalità (carattere che gli altri animali ovviamente non possedevano). Questo rendeva possibile la compatibilità con tutte le visioni religiose, secondo cui l'uomo doveva avere un'origine o carattere divino con la conseguenza di produrre un antropocentrismo che poteva arrivare a giustificare qualsiasi azione sugli altri esseri viventi.
L'evoluzione della specie, invece, si fa promotrice della visione filosofica nota come postumanesimo. Secondo quest'ultima, non esiste alcuna categoria essenziale che separi gli esseri umani dal resto dei viventi ma, semmai, solo una differenza di grado, e dunque non qualitativa, con il risultato di creare una sensibilità decentrata e non più antropocentrica. Inoltre, essa rende del tutto inutile l'esistenza di un creatore trascendente del mondo e priva di senso l'idea in un finalismo delle cose. Dunque, è facile capire il perché, nei secoli seguenti, questa teoria dovesse essere tanto osteggiata. Essa portava il marchio della distruzione di un mondo duramente costruito nel corso dei secoli.
Tuttavia, sebbene oggi quest'ultima sia diventata una certezza grazie ai numerosi reperti rinvenuti, non è facile trovare delle persone, ammesso che ce ne siano, che l'hanno assunta fino in fondo nelle sue conseguenze. Infatti, c'è un aspetto che si fa inaccettabile alla coscienza quando portato alla sua attenzione. Questo non è altro che la contingenza dell'esistenza. Ma che cosa vuol dire contingenza? Semplicemente la possibilità che le cose che sono, non lo siano più; il domino dell'eventualità o della circostanza; la non necessarietà di tutto.
Non è forse questo ciò che è inscritto nelle dinamiche particolari sopra descritte? La possibilità per l'umano di divenire bestiale e del bestiale di tramutarsi nell'umano; l'eventualità dell' "involuzione"... Ma anche la possibilità del capovolgimento costante di tutto quanto in tutt'altro. Moreau lo sa bene. É per questo motivo che è costretto a credere nell'esistenza del Dio della religione, "[...] come si addice a tutte le persone sane di mente [...]", nonché nel continuare a ripetere (la ripetizione come atto che mira a produrre l'eterno o l'identico) i suoi esperimenti o la sua ricerca che altro non sono se non un grido disperato che recita: <<Via di qui!!! Non lo capite che non c'è niente per noi?>> . Lo stesso "No!" che affermano gli uomini bestia ogniqualvolta che stanno per sopperire alla loro "involuzione" od al loro non essere. Lo stesso gesto di Montgomery, il quale, una volta afferrata la verità, deve seppellirla sotto gli stordimenti dell'alcool. Tutti lo sanno e tutti non riescono a viverci in questa tragedia, in questa realtà od ambiente che si continua ad imporre, con la sua forza sconcertante e la sua indifferenza assoluta. nonostante il nostro dolore che ora si rivela essere il marchio di non adeguati a questo luogo.
Ma Prendick... Prendick è sopravvissuto e tutto questo lo sa come dimostra la riflessione che svolge dopo l'uccisione del suo assalitore: " [...] un gigantesco meccanismo spietato, sembrava recidere e modellare il tessuto dell'esistenza, e io stesso, Moreau con la sua passione per la ricerca, Montgomery con la passione per l'alcool, gli Uomini Bestia con i loro istinti e i limiti mentali ne eravamo schiacciati e ridotti in brandelli, in maniera efferata ed inevitabile, tra l'infinita complessità dei suoi incessanti ingranaggi [...] ". Inoltre, la consapevolezza del non essere delle cose sembra accompagnarlo perfino nella città dove ogni uomo civile gli appare ora come uomo bestia.
Purtroppo, anche Prendick deve cedere alla tentazione. La sua voce ci lascia mentre contempla le stelle lontane da questo mondo e ci invita noi stessi ad abbandonarci
alla speranza suscitata dallo studio delle "[...] vaste ed eterne leggi della materia [...]". Prendick non ce l'ha fatta a rimanere nella contingenza ed è per questo che il racconto non incomincia con la sua voce ma con quella di un altro, suo nipote, che riporta il suo stesso nome: Charles (Darwin?) Edward Prendick. Poiché nemmeno lui ha creduto fino in fondo a ciò che ha visto, nemmeno lui è riuscito a stare con la sua stessa possibilità di non essere ma ha dovuto occuparsi con l'astrattezza dell'eterno e la sua trascendenza immateriale. Tutti, possano appartenere al mondo dell'immaginazione o del lettore, vedono e sanno ma non riescono, e vogliono, crederci. E così va avanti questa legge difensiva mentre il mondo continua con il suo moto.
Commento Finale
L'isola del Dottor Moreau è un'opera il cui valore è chiaro ed evidente a tutti coloro che oggi decidano di leggerlo. Grazie alla sua sensibilità moderna, nonché a tratti contemporanea, riesce ad affrontare con una precisione non comune tematiche di grande spessore socio-culturale, psicologico ed esistenziale.
Complici di tutto questo sono i personaggi principali, caratterizzati al punto giusto e, nonostante dotati di definite e particolari differenze, accomunati dalle stesse paure e dagli stessi dubbi. Inoltre, la prima persona adottata dallo scrittore, unita alle descrizione imponenti ed a tratti kantianamente sublime (bellezza angosciante) dei paesaggi, riescono a coinvolgere totalmente il lettore nella narrazione delle vicende, al punto da rendere difficile la sospensione della stessa lettura. Come non dimenticare gli uomini bestia, la creazione orrorifica e fantascientifica originale di Wells, i quali ci disturbano nel profondo sia per i loro tratti ma anche per ciò che rappresentano dinnanzi alla nostra immagine del mondo e di noi stessi. Infine, come ciliegina sulla torta, vi sono delle sottigliezze nella formazione della struttura narrativa e nella scelta dei termini che non solo amplificano l'impatto di certe tematiche ma contribuiscono a generare, in coloro mossi dalla più profonda curiosità intellettuale, speculazioni di qualsiasi genere e profondità.
In conclusione, L' Isola del Dottor Moreau è un'opera che va assolutamente letta una volta nella vita, poiché non solo dimostra il grande valore e contributo che la finzione può dare alla nostra visione del mondo ma anche il posto d'onore nell'Olimpo della scrittura narrativa che, giustamente, viene costantemente riconosciuto a Wells. Dunque, l'opera è assolutamente promossa.
Link per l'acquisto del romanzo: https://www.ibs.it/isola-del-dottor-moreau-libro-herbert-george-wells/e/9788807903274

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