Il Circuito Inerte dell'Alienazione
- 27 nov 2022
- Tempo di lettura: 19 min
Analisi critica ed ermeneutica dell'opera Pulse ( 回路, Kairo )

Introduzione: " Vuoi vedere un fantasma? "
Tutti noi, almeno una volta nella nostra vita, abbiamo provato quello strano stato euforico ed ossessivo del pensiero nei confronti di una particolare esperienza. In questa condizione, tutto il resto appare come vuoto o futile in confronto a quell'oggetto del desiderio che, in quel momento, diviene fondamentale o richiama la nostra totale presenza a sé, tanto da farci chiedere se non siamo arrivati alla follia.
Ora, per quanto concerne il cinema, questo stato emotivo si è fatto strada parecchie volte nella mia vita. A titolo d'esempio, posso citare: Persona di Ingmar Bergman; Everything, Everywhere, All At Once dei Daniels; Caché di Michael Haneke etc. Tuttavia, uno di questi richiede la nostra particolare attenzione ai fini di un'adeguata presentazione dell'opera che andremo ad esaminare nel corso del seguente articolo. Sto parlando della pellicola del 1997 nota come Cure, la quale è stata scritta e diretta da Kiyoshi Kurosawa. Non inizierò ad esporvi i motivi che mi hanno portato ad adorare quest'ultima, tanto da includerla nella lista dei miei 20 film preferiti, poiché non è questa la sede adeguata. Ciò nonostante, vi basti sapere che l'aspetto che più mi è rimasto impresso della visione è stata la maestria nel saper trattare un concetto od una riflessione così abusata per il suo tono socialmente nichilistico, sebbene ciò non implichi che sia banale o falsa, senza fargli perdere la sua intrinseca tensione od inquietudine e la sua profondità, ma, anzi, espandendole verso confini che mi ero fino ad allora solo immaginato ( Considero questo, uno dei più grandi complimenti che possa fornire a coloro che si immergono nel campo della regia e della narrazione).
Dunque, concluso questo piccolo preambolo, potete immaginarvi la mia reazione nell'apprendere che Kurosawa non solo aveva creato un horror nel corso della sua carriera ma, ancor di più, che quest'ultimo era considerata una delle pellicole più disturbanti prodotte nel genere. Il suo nome era alquanto emblematico: Kairo (o Pulse, come è stato tradotto internazionalmente) che significa "circuito" (non è nulla di profondo o complesso il motivo di tale scelta ma ci ritorneremo anche qui).
Come si sarà compreso, le mie aspettative erano molto alte. La domanda del giorno è, come ci si può aspettare, la seguente: queste hanno avuto un riscontro effettivo? Prima di entrare nel vivo della questione, occorre un ulteriore precisazione.
Come si capisce dal titolo di questo paragrafo, una delle figure simboliche centrali di quest'opera è il fantasma. Tutti noi, bene o male, sappiamo che quest'entità venne concettualmente evocata per rappresentare la presenza di qualcosa che era allo stesso tempo sovrannaturale, in quanto inscritto fuori dalla sfera del sensibile, e ciò che di più naturale vi possa essere nelle nostre vite, ossia l'anima dei nostri compagni di vita o di specie.
Ma, se così stanno le cose, che significato può avere una domanda così paradossale come "vuoi vedere un fantasma" ? Infatti, esso indica un'entità che sta al confine tra la vita e la morte (potremmo definirla un'entità liminale) e, proprio per ciò, la sua presenza non può che essere al contempo un'assenza. Ma questo non indica che in gioco vi sia una lontananza ineliminabile che, proprio per l'ente che la riguarda, ci affligge nel profondo attraverso la promessa di una vicinanza che però risulta ineccepibile, creando un profondo senso di solitudine?
E se ci fosse un modo per superare questa impasse? Dopotutto, la nostra esistenza si è sempre articolata attraverso la costruzione di innumerevoli strumenti di mediazione: il sacro per raggiungere il divino; il linguaggio per raggiungere un membro della propria comunità; l'arte per toccare la propria sensibilità inconscia... Ed infine la tecnologia guidata da quella fame della tecnica prometeica di raggiungere la massima potenza di sviluppo. E quale tecnologia ha il compito di raggiungere o connettere ciò che di più lontano vi possa essere? Chiaramente si tratta del sogno, oggi divenuto realtà, di Internet, la rete digitale che consente di poter percepire qualsiasi oggetto capiti nella sua tela globale.
Ecco, dunque, svelati i tre segni di questo incubo di produzione orientale: fantasmi, solitudine e tecnologia (o, precisamente, internet). Quindi, come vengono affrontate queste tematiche ed in che modo vengono trasposte? A questo punto, occorre caricare un'ulteriore livello del discorso. Non ci resta che proseguire in questo circuito del mistero.
ATTENZIONE!!! IL SEGUENTE PARAGRAFO CONTIENE RIVELAZIONI MAGGIORI E MINORI SULLA TRAMA E COMPOSIZIONE SCENICA DELLA PELLICOLA. INOLTRE, SI COMUNICA LA PRESENZA DI IMMAGINI DISTURBANTI CHE POTREBBERO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITÀ. DETTO QUESTO, VI AUGURO UN BUON PROSEGUIMENTO.
Interludio: Una Richiesta d'Aiuto Condannata al Silenzio
" Tutto cominciò, senza preavviso, un giorno come questo..." Sono queste le parole che fanno iniziare la nostra storia a ritroso nel tempo.
Ci troviamo, infatti, catapultati su una nave diretta solo dio sa dove (vengono pronunciate delle coordinate ma per noi esse rimangono estremamente generiche). Il capitano di quest'ultima si dirige verso la prua dove veniamo accolti da un primo piano. C'è solo un problema: quest'ultimo non inquadra alcun volto (il simbolo per eccellenza dell'intenzionalità dell'altro da noi che ci mostra la possibilità di un rapporto, possa esso essere dolce od odioso... Esso, tuttavia, potrà di sicuro essere intimo), bensì la nuca di una donna. Siamo in presenza di una vera e propria assenza. Questa mancanza di contatto viene ulteriormente segnalata dalla successiva sequenza, la quale riprende la distanza tra due soggetti inquadrati di spalle, facendoci sentire anche noi stessi partecipi di questa lontananza resa incommensurabile dalla distesa senza fine di un mare che fa da riflesso ad un cielo che si è chiuso a qualsiasi raggio rischiaratore.

Questa lontananza, resa in scena, sarà una caratteristica principale di tutta la regia della pellicola. Infatti, vedremo come la maggior parte dei personaggi non solo ci vengano rappresentati come distanti sia da noi che tra loro ma anche come piccoli rispetto al paesaggio circostante, acuendo così un senso d'impotenza ( come è giusto che sia in un horror che tratti il sovrannaturale ) ma anche di vera e propria solitudine che, dal punto di vista narrativo, si farà sempre di più consapevole agli occhi dei nostri protagonisti. Ma i pochi primi piani che vengono realizzati? Essi non confermano la possibilità di un incontro? Non proprio, come vedremo. Però, prima di procedere per l'analisi di questi incontri a dir poco spettrali (prendendo in considerazione quella scena), occorre soffermarsi sulla narrazione stessa e su alcuni dei suoi eventi.
Infatti, dopo l'introduzione (il cui primo rumore che sentiamo è dato dal suono digitale di un caricamento), veniamo accolti da una visione alquanto allucinogena. Ci viene messa a schermo una stanza di qualcuno che non compare per nulla nella scena. Inoltre, a farci preoccupare maggiormente sulle sorti del suo proprietario, notiamo come la stanza sembri in balia di qualche forza o manipolazione estranea alla nostra realtà ( ciò è reso attraverso la saturazione giallastra, usata di solito nei contesti che vogliono indicare una sensazione di malessere o vera e propria follia, e dal movimento ondulatorio assunto dalle immagini accompagnato dai rumori di vere e proprie interferenze elettroniche) che non può fare altro che creare un'interferenza di fondo rispetto alla quietezza con cui la pellicola ci aveva invitato al suo interno.
A questo punto, facciamo la conoscenza di tre personaggi (Junko, Kudo e Yabe), i quali stanno tentando di contattare un loro amico, Taguchi (il proprietario della stanza "infestata"). Così, veniamo a sapere che egli non si fa più vivo da una settimana. Junko, personaggio che ora riconosciamo essere la voce narrante, decide di recarsi a casa sua per controllare che stia bene ed accertarsi che abbia finito di lavorare ad un certo floppy disk. Il complesso industriale urbano sovrasta la nostra protagonista, mentre noi iniziamo già a prefigurarci un qualche avvenimento orribile o spaventoso all'orizzonte. Di certo, a tranquillizzare la nostra immaginazione ed i nostri giudizi meta filmici, non aiuta la fotografia della pellicola così fredda e cupa per tutto il corso della durata (a volte diviene anche qualcosa di più che per ora non ci interessa).
Tuttavia, nonostante i nostri pensieri, la donna riesce ad entrare in totale sicurezza... Finché, non scorgiamo una silhouette nera che si inizia ad ergere dall'altro lato della stanza. Deve essere certamente qualcosa di spaventoso. Fortunatamente, è solo Taguchi che, apparentemente stanco, scambia qualche battuta con la sua amica che inizia già a rimproverarlo affettuosamente della sua assenza, intimandogli di riferirle se avesse dei problemi. Chiaramente, Taguchi la tranquillizza sulla sua situazione, facendo sì che Junko si occupi di reperire il suo lavoro. Tuttavia, notando il suo disordine, essa chiede se quello che ha in mano sia il progetto corretto. Nessuna risposta. Non le resta che dirigersi in un'altra stanza, dove scopre questo:

Ecco dove stava l'orrore che ci eravamo prefigurati. Ma come è possibile? Taguchi fino ad un attimo fa era in piedi, stava discretamente bene... Ed adesso, in pochi secondi, è solo carne in decomposizione. Come è potuto accadere che la sua vita si sia spenta così velocemente? Ma era realmente vivo durante l'incontro con Junko? Se ci atteniamo al linguaggio registico della pellicola, la sua introduzione spettrale sembra darci una risposta negativa.
Da qui si apre una frattura nel cuore della realtà dei suoi amici che non potrà fare a meno di allargarsi mano a mano che si procederà nell'indagine che ha portato Taguchi a questo gesto. Come se non bastasse, sembra alleggiare qualcosa di imperscrutabile sui destini dei nostri protagonisti. Nel file di lavoro, Yabe trova un'immagine della stanza di Taguchi in cui appare anche un volto a dir poco raccapricciante. Convinto dell'insolità della situazione, l'amico si reca nell'abitazione maledetta. Qui avviene una scena molto drammatica dove Yabe crede di vedere il suo amico ancora in vita per poi, sconvolto, realizzare che si stava riferendo solamente ad una sagoma nera (le stesse sagome che, nel corso della pellicola, invocheranno disperatamente con il loro unico filo di voce la parola "aiutami..." a ripetizione).


Purtroppo, le sorprese inquietanti non sono finite qui. Yabe, infatti, trova un foglio che lo avverte di non entrare in una certa "stanza proibita". Quest'ultima, per essere vista ed essere lasciata nella sua intatta sacralità, viene chiusa con un rotolo di scotch rigorosamente rosso (appunto per segnalare il pericolo).
Tuttavia, essendo esseri umani, noi il pericolo non lo sviamo ma, anzi, lo bramiamo. La stanza è lunga e buia, tratti che la rendono particolarmente claustrofobica. Ma non è questo il punto. L'atmosfera improvvisamente cambia. Sentiamo un canto leggero ma prolungato, il quale richiama un vero e proprio lamento d'agonia, mentre dal lato opposto una figura umana, coperta dalla penombra, si avvicina con passi lenti... Finché, le sue movenze iniziano ad apparirci sempre più inumane e perciò perturbanti, portandoci ad un'unica constatazione: quella cosa non può essere umana. Il lamento si fa sempre più serrato, la figura sempre più vicina. Yabe è costretto a nascondersi dietro un divanetto. Sfortunatamente, si rende conto troppo tardi che nulla può proteggerlo da quella cosa.
Dunque, essa uccide Yabe? No, peggio. Sta lì ad osservarlo dalla cima del divano. Un semplice sguardo che non può che generare l'urlo più disperato che il corpo di un uomo riesca a proferire.

Quella che vi ho appena descritto con semplici parole, è la scena che più di tutte ha reso Kairo un vero e proprio cult, consacrandolo a mostro del genere horror. Un titolo che, anche a parere del sottoscritto, si merita pienamente. Ma perché? Potremmo dilungarci in un'analisi mastodontica solo su questa scena ma lasciatemi pronunciare queste poche parole.
La scena, di per sé, non raffigura nulla di inquietante o disturbante ma, anzi, a sentirla pare comica. Il problema è proprio questo: essa va vista non raccontata. La sua forza sta nelle aspettative dello spettatore e nella costruzione anomala della stessa. Infatti, questo è il primo incontro che abbiamo con le creature dell'altro mondo (ma sono davvero di un altro mondo? Come vedremo, esse sono più vicine a noi di quanto crediamo). Esse ci vengono introdotte attraverso una figura umana nascosta nell'oscurità ed accompagnata da una musica disturbante? Niente di insolito; anzi, questo è a dir poco un escamotage banale e ridicolo. Tuttavia, quella figura inizia a fare qualcosa che non ci aspettiamo: i suoi movimenti appaiono molto più disarticolati e veloci, pur nella loro lentezza, mentre la musica sembra raggiungere sempre nuovi picchi di intensità ad ogni suo passo. Si genera un sentimento di vero e proprio perturbamento nello spettatore che, ritrovandosi di fronte a questa raffigurazione contradditoria (data, appunto, dalla velocità e dalla lentezza delle movenze e dal suo sembrare umana e, al contempo, inumana), non può fare altro che andare in tilt con la propria facoltà di rappresentazione degli oggetti. Lì di fronte abbiamo un qualcosa che manda al macello tutti i nostri punti di riferimento percettivi. Come poter vivere con la consapevolezza di una tale figura? Essa è, veramente, un fantasma.
Da qui, il tutto precipita. Yabe e Kudo, insieme a buona parte della popolazione del Giappone, inizia a scomparire. Un virus si diffonde fra coloro che entrano in contatto con questi fantasmi attraverso sia le "stanze proibite" che per mezzo di Internet, lo strumento che le entità usano per propagarsi più velocemente e generare le suddette stanze.
Ho per caso detto che la popolazione inizia a scomparire? Sarebbe stato più corretto affermare che essi si tramutano nella cosa più simile alla loro condizione emotiva, la quale è caratterizzata non solo da un senso di solitudine e distacco sempre più accentuato ma anche da una maggiore irritabilità (come vediamo con Yabe), alternata, a volte, da uno stato catatonico o da una completa rassegnazione (senza contare i rigidi, ripetitivi e lenti movimenti che il loro corpo assume e che sono caratteristici, insieme agli altri, di un vero e proprio disturbo depressivo). Questo stato depressivo, inizia a diffondersi come un virus, trasformando i poveri malcapitati in delle presenze spettrali che continuano a vivere la propria condizione alienata rimanendo pur sempre visibili agli altri senza per questo essere presenti ad essi. Proprio questa disturbante esperienza della realtà delle relazioni con gli altri, ossia l'impossibilità di riconoscersi ed instaurare assieme un legame solido e salvifico (infatti, nel bene o nel male, una relazione è sempre qualcosa che ci implica quando ci rivolgiamo all'altro, rendendola per noi un luogo famigliare e rassicurante), è espressa dai primi piani che, in linea di principio, dovrebbero mostrarci il volto dell'altro, introducendoci ad un'intimità con quest'ultimo.
Invece, essi hanno proprio la funzione opposta: la maggior parte di quest'ultimi avviene sempre in situazioni di enorme tragicità o quando si incontrano le stesse presenze spettrali, il cui rapporto perturbante genera un abisso che non trova altre parole se non il silenzio più assoluto od il grido più acuto.


Parlando di impossibilità di un legame che spezzi la solitudine dell'alienazione che noi tutti viviamo, è molto interessante il fatto che la stessa narrazione ad un certo punto si sdoppi, svolgendosi su due piani che proseguono in parallelo. Subentra, dunque, un altro protagonista: Karasawa, uno studente di economia.
Quest'ultimo, una notte, assiste ad uno strano fenomeno. Infatti, il suo computer inizia a caricare qualcosa (simulando gli stessi rumori di inizio pellicola) che, dopo non molto, si rivelano essere dei video raffiguranti delle persone, i cui movimenti sono semplici e lenti se non del tutto assenti. In seguito, compare una frase del tutto emblematica: "vuoi vedere un fantasma?" (È proprio qui che la fotografia diviene più sgranata nel rappresentare queste immagini digitali, facendoci percepire le scene del film come delle vere e proprie registrazioni maledette provenienti da qualche angolo sperduto ed oscuro del web).
Di fronte a questa situazione, Karasawa si reca nella sala d'informatica della sua scuola dove incontra Ryosuke. Quest'ultima, inizia a seguirlo nelle sue peripezie con questo strano avvenimento, facendo nascere tra i due una relazione che accenna sempre di più a sfociare nel romantico. Tuttavia, questa situazione fa precipitare la povera Ryosuke in una spirale di ricordi e pensieri estremamente personali e dolorosi che la allontanano sempre di più da Karasawa. A nulla servono i suoi tentativi di prendersi cura di lei, suggerendogli ed attuando una vera e propria fuga da quella città. Ryosuke, ormai, è da sola con il suo dolore.
Chi mai può comprenderla? Forse qualcuno che sta vivendo la sua medesima condizione in quell'esatto momento? Si apre così un'altra delle scene più disturbanti della pellicola. In quest'ultima, Ryosuke scorge l'immagine della sua stanza e di sé stessa sul monitor del suo computer e, piena di commozione, si dirige verso il luogo da cui sta avvenendo la registrazione per affermare di non essere più sola e, infine, abbracciare quel suo fantasma.

Ma è possibile un abbraccio con un fantasma o, per meglio dire, fra fantasmi (dal momento che è Ryosuke stessa che dice a Karasawa che le persone che hanno visto sullo schermo non sono così tanto diverse dagli spettri)? Se, come abbiamo cercato di esplorare e dimostrare, fantasma è colui che si è reso conto dell'impossibilità di qualsiasi relazione intima (perciò autentica) con gli altri, rinchiudendosi nella propria privatezza o solitudine, allora non vi è alcun abbraccio proprio perché non vi è alcun referente nella relazione (se vi fosse non sarebbe più fantasma poiché disalienato o liberato dalla propria privatezza e, dunque, impossibilità ).
Tutto ciò, non può che acuire ancor di più l'immagine che si disvela ai nostri occhi. Ryosuke non è poi così diversa, in questa situazione, da un animale che si è impigliato nella trappola di un cacciatore e che non si rende conto che i suoi tentativi di liberarsi sono pressoché inutili. Proprio come questo animale, anche Ryosuke andrà verso la morte... Una morte dell'anima che si può solo definire come eterna solitudine protesa verso una qualsiasi relazione; condizione che è espressa dai fantasmi tramite dei sussurri di aiuto e la ricerca di uno sguardo od incontro con gli altri che, purtroppo, non arriverà mai.
A nulla servono i tentativi attuati dalla stessa struttura narrativa per sanare questa frattura. Difatti, l'eliminazione dello sdoppiamento di piani del racconto, data dall'incontro tra Junko e Karasawa, non offre alcuna via d'uscita speranzosa; sia perché assistiamo subito alla morte di Ryosuke, davanti allo stesso Karasawa, ed alla fine del mondo (mostrata tramite i paesaggi di una metropoli disabitata e nel caos) sia dalla stessa trasformazione di Karasawa in spettro che annulla proprio questa riconciliazione o relazione.
Quale altro legame può salvarci? Junko afferma di sentirsi finalmente felice sulla nave poiché è da sola con il suo ultimo amico. Tuttavia, Karasawa è appena morto (nel senso concettuale che gli abbiamo dato con Ryosuke). Dunque, chi è quest'altro individuo? Di sicuro, egli deve essere qualcuno che l'ha accompagnata durante gran parte del suo viaggio e con cui ha stabilito apparentemente un legame profondo. Ebbene, questo intimo compagno di viaggio altri non è che lo stesso spettatore. Dunque, la pellicola tenta il tutto per tutto nella sua dimensione meta cinematografica per contrastare questo pessimismo mortale che si è venuto a creare. Tuttavia, così facendo, essa dimentica il proprio status di finzione e, perciò, di separazione di piani che intercorrono fra i due individui della relazione.
<< Certo>> direte, << ma la magia del cinema, data dalla tecnologia, può connettere questi due livelli di realtà>>. Ma, se mi si risponde così, vuol dire che si è proprio mancato il punto della pellicola. La tecnologia è un medium adibito alla connessione, tramite la sua forma web, tra gli individui che però non può eliminare la sua stessa natura, ossia il fatto di essere una mediazione e dunque la sua impossibilità di essere un'immediatezza. Tutto ciò che media, lega, ma, facendo ciò, mostra il fondamento estrinseco della stessa relazione che è l'impossibilità di rapportarsi con l'altro da sé direttamente. C'è sempre una barriera che ci divide. In questo caso, è la pellicola stessa e, come ogni film, essa alla fine termina, lasciandoci con uno schermo che letteralmente si spegne e si svuota d'immagini per far spazio alla nostra solitudine nell'oscurità della sala.
Ora, mi si potrebbe chiedere, come mai ho intitolato questa analisi "il circuito inerte dell'alienazione "? Per capirlo, bisogna trattare gli aspetti critici o problematici della pellicola. Dunque, non ci resta che rimboccarci le maniche ed iniziare.
Partiamo dall'articolazione della sua tematica. Ora, abbiamo visto come essa tratti principalmente il tema della solitudine ed alienazione dagli altri nell'epoca contemporanea caratterizzata dall'avvento di Internet. Infatti, alcuni decenni addietro, il progetto del World Wide Web era stato accolto con grande entusiasmo dato dalla prospettiva di rivoluzionare le relazioni umane in positivo come mai prima d'ora, facendo nascere legami prima inimmaginabili e creando innumerevoli occasioni di scambio fra le diverse culture. Tuttavia, ciò si è prodotto solo in parte dal momento che, se è vero che Internet ha offerto opportunità di dialogo nonché nuovi e molteplici spazi d'azione ed informazione, la nostra può essere a buon titolo considerata come l'epoca definitiva dell' alienazione. Il senso di una polarizzazione sempre più maggiore che rende impossibile qualsiasi scambio comunicativo proficuo e di crescita; l'aumento sempre più maggiore di un senso di solitudine insopportabile, dei disturbi e delle problematiche psichiche, nonché del numero di persone sempre maggiore che non hanno sperimentato alcuna relazione romantica o sessuale nella loro vita (celibi involontari); la voglia ed attuazione sempre meno marginale di isolarsi completamente dal mondo circostante... Tutto questo, e molto altro, incombe sulla nostra epoca ed attende una risoluzione che nessuno ha ancora trovato od attuato, lasciando il processo alla sua propria accelerazione ed espansione. Inoltre, è interessante notare come proprio in Giappone queste problematiche siano di grado maggiore rispetto all'Occidente.
Tuttavia, non è questa la sede adeguata per esplorare questa differenza ed indagare i dati statistici del fenomeno (la cui visione lascio ad una vostra semplice e veloce ricerca web). Piuttosto, chiediamoci: qual è, per la pellicola, la causa di questa alienazione? La sua tesi ci è subito chiara: siamo più soli proprio per colpa di quello strumento che ci doveva unire, cioè Internet, il quale è destinato a condurci verso uno scenario di portata apocalittica come mostrano gli ultimi minuti della pellicola. Come si giustifica od argomenta tutto ciò? Ebbene, è proprio questo il problema: il film non argomenta nulla del suo messaggio ma espone solo questa semplice constatazione, lasciandoci a bocca asciutta e concentrandosi unicamente sulla trasmissione dell'atmosfera ed impatto emotivo di questa condizione. Forse, se vogliamo essere caritatevoli dal punto di vista interpretativo, possiamo concedere come argomentazione il fatto che la suddetta tecnologia ci divide ulteriormente proprio perché si tratta di uno strumento che ci connette indirettamente e, dunque, media i nostri rapporti.
Ma è poi vera questa esposizione minima? Essa ci restituisce un'immagine vicina alla realtà? Inoltre, questa immagine delle cose è originale per il periodo in cui è stata prodotta? Per quanto riguarda quest'ultima domanda, purtroppo, a dispetto della maggior parte delle opinioni in rete, trovo il film completamente in sintonia con la sensibilità del suo periodo. Infatti, sebbene abbiamo visto come la fine del secolo precedente sia stata caratterizzata da un certo ottimismo tecnologico, esso si affiancava al più grande pessimismo che si possa immaginare. Mi sto riferendo alla credenza del Millenium Bug che ha generato le più disparate visioni apocalittiche o catastrofiche nei confronti della civiltà; visioni che sembrano trovare un'adeguata rappresentazione nel finale della pellicola.
Per quanto concerne la realtà dell'idea propugnata dal film, anche qui la risposta è negativa. Certo, la tecnologia media i nostri rapporti con gli altri ma, come ho illustrato all'inizio di questa critica, esiste qualche relazione che non sia mediata? Infatti, perfino la più basilare delle nostre esperienze, quella della realtà esterna, è mediata da qualcosa che possiamo definire come corporeità (intendendo con essa i sensi del nostro corpo o l'esperienza del corpo). Ma, per rimanere nel tema, non è forse vero che i nostri stessi rapporti con gli altri sono sempre indiretti proprio perché configurati da un determinato impianto socio-culturale e, dunque, dalle categorie o valori di quest'ultimo?
A questo punto, un possibile difensore dell'argomento proposto dalla pellicola mi direbbe: " Hai perfettamente ragione ed è proprio questo il punto. I nostri rapporti sono già di per sé indiretti o mediati e la stessa tecnologia è una ulteriore mediazione. Dunque, se ci relazioniamo tramite la tecnologia e tutte le altre mediazioni, ne risulterà che i nostri rapporti saranno sempre più indiretti con la conseguenza di farci percepire il nostro referente come sempre più distante od assente, facendoci sentire più soli od alienati ". Qui, però, è presente una doppia presupposizione che non si è affrontata e che consiste sia nel ritenere che la mediazione operata dal contesto socio-culturale e quella esercitata dalla tecnologia del web siano sullo stesso piano qualitativo che quella per cui la responsabilità della nostra alienazione nei confronti degli altri dipenda principalmente dalla seconda.
Per vedere se queste due trovino un fondamento empirico, dobbiamo capire che tipo di mediazione operi la tecnologia specialmente nell'ambito sociale. Per semplificare il tutto, prendiamo un esempio particolare della mediazione tecnologica nelle relazioni: i social network. Ora, quest'ultimi che cosa apportano alla relazione tra le persone? In altre parole, cosa contribuiscono a comunicare o quale aspetto funzionale vi è in loro di peculiare? Noi sappiamo che essi hanno, secondo il senso comune, il compito di connettere o rendere maggiormente partecipi gli altri individui della vita o della rappresentazione costruita dal singolo che interagisce con loro. Proprio in quanto il loro compito sociale è quello di fare in modo che l'individuo interagisca maggiormente con gli altri utenti e si connetta con quest'ultimi, i singoli ed il social stesso deve basarsi su dei valori o dei codici che sono già compresi ed introiettati dai singoli individui e che permetta a loro di comunicare e quindi connettersi. Ma, se le cose stanno in questo modo, ciò implica che i social si basano o si strutturano sulla base dei valori socio-culturali nei quali essi si ritrovano ad operare.
Inoltre, come sappiamo, grazie alla globalizzazione e ad una sempre maggiore connessione, garantita appunto dal web, c'è come possibile esito quello di un'omologazione sempre maggiore dei suddetti codici. E quali valori predominanti troviamo principalmente nella maggior parte dei contesti contemporanei se non questi: solipsismo (individualismo esasperato o centramento sempre maggiore su di sé), competitività (antagonismo nei confronti degli altri e visione dell'altro come ostacolo o possibile avversario) e performatività (desiderio maggiore e persistente di riuscire a compiere al meglio tutto ciò che si fa) - è interessante notare, tra l'altro, l'interconnessione ed il rafforzamento reciproco che sussiste in questa triade (il centro dell'esistenza sono io e dunque il benessere deve essere rivolto principalmente a me- per godere al massimo e far sì che sia veramente il centro di me stesso devo riuscire al meglio in tutti gli aspetti positivi ed enfatizzare gli aspetti negativi - gli altri possono essermi utili nella ricerca di ciò ma possono, allo stesso tempo, inficiare la mia immagine centrata; devo quindi avere l'impressione o riuscire a superarli od essere migliore di loro- devo essere il migliore di loro, in quanto il centro della mia vita e lo scopo di essa sono io- e così via). Ora, non vi pare che questa triade riesca a spiegare non solo le dinamiche che vediamo sui social ma anche i fenomeni sopra illustrati e non solo (vd. polarizzazione, senso maggiore di solitudine, depressione, burnout, ansia, incapacità di relazionarsi positivamente con l'altro, maggior invidia, vittimismo esasperato, senso di inferiorità ed insicurezza dato dal persistente confronto con gli altri, volontà di isolarsi dal mondo etc.)?
Se la risposta è positiva, allora dovremmo convenire che se si deve trovare un responsabile tra i due poli questa non può che gravare principalmente sull'ambito socio-culturale piuttosto che su quello tecnologico. Ora apparirà chiaro come la tecnologia, presa nell'ambito sociale, abbia come funzione quella di supporto od accelerazione dei codici culturali particolari nei quali si trova a svolgere il ruolo di connessione fra le persone; inoltre, si comprende che le impostazioni o configurazioni delle modalità attraverso cui avviene la comunicazione al suo interno dipenderà dai valori socio-culturali in cui si troverà ad esistere. Dunque, la tecnologia è un medium che si posiziona ad un livello subordinato a quello socio-culturale, essendo un supporto di quest'ultimo.
Così, abbiamo dimostrato come non solo vi sia una differenza qualitativa fra i due medium ma che l'alienazione nel contemporaneo dipenda principalmente dal piano culturale o sociale piuttosto che da quello tecnologico. Purtroppo, il contesto socio-culturale non viene nemmeno considerato dal film ed è un peccato dal momento che quest'ultimo è la causa di vari e gravi problemi esistenti in Giappone con un'intensità maggiore rispetto ad altri paesi con un regime economico simile (si consideri il tema delle morti per il troppo lavoro, l'alto tasso di suicidi con motivazioni sociali, l'isolamento autoimposto etc.). Tutto ciò, non può che farci percepire parte del tema presente nella pellicola come antiquato, tanto da farci venire negli scenari apocalittici finali un leggero sorriso ironico al pensiero che tale distruzione e scomparsa delle relazioni trovi la sua ragione d'essere nel tecnologico.
Infine, concludiamo con delle critiche minori. Infatti, vediamo come i limiti di budget del film diventino evidenti in modo eclatante in alcune scene realizzate tramite effetti speciali. Precisamente, mi riferisco a quelle in cui vi è una forte illuminazione come nella scena in cui Yudo muore (nella maggior parte delle scene, la fotografia cupa aiuta a nascondere tali limiti) e si dissolve in cenere; nonché nella scena finale in cui un aereo precipita sulla città dei protagonisti, le cui fiamme causate dall'impatto con un edificio sembrano provenire da un film di serie C. Inoltre, devo segnalare l'ambivalenza di sentimenti che ho provato per il montaggio della pellicola. Se da una parte la presenza di tagli improvvisi ed evidenti aiuta ad accentuare quel senso di distacco ed alienazione, esercitandolo fra lo spettatore e i personaggi in scena, dall'altro esso rischia di irritare alla lunga lo spettatore. Ovviamente, questi sono dettagli di poco conto che non rovinano la visione ma che, al massimo, possono dare un leggero fastidio nel momento in cui compaiono. Poiché qui mi trovo a svolgere una funzione critica, ho ritenuto opportuno fargli notare al fine di realizzare un'analisi sufficiente della pellicola.
Commento Finale
Kairo è un'opera che mi ha lasciato in una situazione emotiva e critica ambivalente nei suoi confronti. Infatti, da una parte si può apprezzare la pertinenza e leggera sottigliezza di alcune scelte riguardanti la regia o la struttura della narrazione; nonché la potenza terrificante che alcune sue immagini possiedono, grazie alla fotografia, unita alla buona e credibile performance degli attori coinvolti (specialmente di Haruhiko Kato, l'attrice che interpreta Ryosuke). Tuttavia, dall'altra la semplicità e parziale erroneità della tematica affrontata (il fatto che oggi siamo più alienati principalmente per colpa del web o della sua rappresentazione sociale tecnologica) unita ad alcune falle riscontrabili negli effetti speciali ed a un montaggio che può divenire irritabile, possono deludere parzialmente lo spettatore.
Ne risulta un'opera che, per le tematiche in essa affrontate e la sua realizzazione visiva, può essere definita con la seguente espressione " Kairo è il circuito inerte dell'alienazione". Inerte proprio perché inficiato da una circolarità e povertà nell'articolazione del suo contenuto che può appesantirne od appiattirne la visione. Tuttavia, l'inquietudine e l'angoscia che molte sue scene provocano in noi, non può farci rimanere indifferenti. Dunque, Kairo è un'opera tematicamente antiquata o povera ma con una sensibilità potente ed ancora attuale per quanto riguarda la resa emotivo o la condizione affettiva presente in essa.
Per queste ragioni, argomentate nel dettaglio nella sezione precedente, l'opera è promossa seppur con delle riserve.


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