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L' Amore Può Realmente Salvarci?

  • 4 dic 2022
  • Tempo di lettura: 27 min

Aggiornamento: 8 dic 2022

Analisi critica ed ermeneutica dell'opera Bones and All


Locandina del film Bones and All (2022) diretto da Luca Guadagnino. La seguente analisi si basa sulla visione dell'opera doppiata in italiano e non in lingua originale. Dunque, sfortunatamente, il giudizio concernente la recitazione degli attori coinvolti potrebbe essere inficiato da questo dettaglio.


Punto di partenza: Il vagabondaggio delle anime in pena


Ogni volta che qualcuno ci chiede di raccontargli un nostro viaggio, cala su di noi l'imbarazzo. Non sappiamo come incominciare esattamente la narrazione, quale evento possa assumere l'oneroso compito di introdurre quei curiosi interroganti che sono estranei alla nostra esperienza. Dopo qualche secondo, sicuramente decideremo di prendere, come episodio fondante il racconto, la nostra partenza mentre eravamo già fuori di casa od un pezzo del tragitto svoltosi poco fuori la nostra città. Tuttavia, non è da qui che intendo partire. Infatti, piuttosto che iniziare da ciò che era anche per me sconosciuto, desidero introdurvi a quella che, a buon diritto, posso definire come ciò che avevo di più famigliare in questo viaggio offerto dall'ultima opera del regista Luca Guadagnino, intitolata Bones and All.


Dunque, come si caratterizza questo mio punto di partenza (che potrebbe anche essere non solamente il "mio", in quanto condiviso da altre persone)? Tre anni fa, venni introdotto alla filmografia di Guadagnino da una pellicola che oramai è divenuta un vero e proprio cult (giustamente, aggiungerei). Sto parlando, ovviamente, di Call Me by Your Name; un film che continuo a ricordare come caratterizzato da quella tenerezza e malinconia propria del primo amore, il quale non finisce mai per scadere nel ridicolo o nel banale come molte altre opere che trattano, o cercando di trattare, il medesimo tema. Inoltre, c'è da considerare il fatto di essere riusciti a parlare in quest'ultima della storia d'amore di una coppia omosessuale, senza per questo tenerla legata alla sua particolarità (rimarcando continuamente, come in altri film, il fatto che si trattasse di un'esperienza speciale, differente o, appunto, particolare) ma mostrando come essa esprimesse ciò che di più universale vi possa essere (il ché è un gran merito, soprattutto se vuoi sensibilizzare un determinato pubblico). Responsabili di questo incantesimo sono: l'alchimia tra i due amanti (interpretati magistralmente da Timothée Chalamet ed Armie Hammer ); la semplicità e sincerità dei dialoghi; le musiche struggenti e potentemente evocative di Sufjan Stevens; nonché la costruzione malinconicamente romantica di alcune scene (quante lacrime versate per quella scena finale... So di non essere il solo).


Dopo questa esperienza, ebbi l'opportunità di mettere le mani anche sull'opera successiva del regista: Suspiria. In particolare, ciò che mi guidò verso quest'ultima fu la curiosità suscitata da questo salto di genere a dir poco radicale (passare dal commuovere allo spaventare non è un'impresa da poco). Purtroppo, non ritrovai la stessa soddisfazione provata precedentemente. Infatti, sebbene pensi che l'impianto sperimentale della regia e la fotografia, senza dimenticare l'eccellente make-up, sono la prova di una crescita rispetto a Call Me by Your Name, dall'altro lato è difficile passare sopra ad una sceneggiatura incapace di esprimere tutte le potenzialità della tematica principale trattata e di gestire in maniera adeguatamente profonda lo sviluppo dei personaggi (nonostante ciò, non mi sento di dire che Suspiria sia un fallimento. Se siete interessati ad un'analisi nel dettaglio di quest'ultima, fatemelo sapere e provvederò).


Dunque, abbiamo da una parte una sorpresa radiosa e dall'altra una parziale delusione. Come si spiegano allora le aspettative enormi che avevo per quest' opera? Se devo ammettere che un'incremento non indifferente sia arrivato dopo la vittoria dei due premi e le positive prime opinioni ricevute alla mostra del cinema di Venezia, il vero colpevole risiede in nient'altro che nel tentativo che pareva essere stato attuato in Bones and All. Infatti, sembrava che si volesse realizzare una sintesi dei due lavori precedenti, rappresentando un horror romantico (a tinte drammatiche, ovviamente), accostamento che, a dirla tutta, non è proprio così abituale negli ultimi anni. Una storia d'amore tra cannibali; tutto si può dire eccetto che non sia una premessa interessante. Tuttavia, come ogni sintesi che si rispetti, anche Bones and All reca degli elementi di novità pur rimanendo ad un livello superficiale di analisi o di impressioni. Infatti, nella diade si aggiunge un terzo genere: il road movie.


Ma, per capire fino in fondo la specificità di quest'opera, occorre abbandonare la nostra casa per incominciare con la narrazione del vero e proprio viaggio. Un viaggio che, retrospettivamente, sembra essere più adeguato definire come un vagabondare infernale e doloroso. Infernale, poiché caratterizzato da una pulsione che deve essere continuamente saziata a discapito di tutto ciò che ci può essere caro; dolorosa perché questo atto compulsivo non può che portare alla solitudine dell'emarginazione, possa essa essere autoinflitta o meno. Ci si può liberare da questo incubo? Attraverso che cosa è possibile questa emancipazione? Ma, soprattutto, essa costituisce una vera e propria salvezza? Queste sono le domande cruciali che ci pone l'opera. Non ci resta che metterci in cammino ed orientarci fra i vari segni o simboli che Bones and All ci comunica.


ATTENZIONE!!! SEGUONO SPOILER MAGGIORI E MINORI SULLA PELLICOLA. SE VOLETE EVITARLI, SALTATE LA SEZIONE SOTTOSTANTE E RIPRENDENTE LA LETTURA DALLA PARTE CHE RECA COME TITOLO "DESTINAZIONE: CAPOLINEA DEL CUORE". BUONA CONTINUAZIONE.


Indicazioni del percorso: Procedi fino ai limiti della carne e prendi la seconda uscita


I primi minuti sono alquanto destabilizzanti. Infatti, veniamo accolti da alcune immagini raffiguranti dei dipinti ed accompagnate dalla sinfonia I'm With You (A Way Out) di Trent Reznor e Atticus Ross, la quale ci introduce a questi quadri con dei leggeri rintocchi di chitarra per poi abbandonarci alla loro contemplazione, creando una sonorità dalla dolcezza avvolgente che provoca in noi un forte senso di rassicurazione che si perpetuerà fino alle inquadrature interne ed esterne di una scuola. Giuro che per qualche secondo pensavo di aver sbagliato sala e di star vedendo chissà quale film in catalogo.


Tralasciando questa atmosfera spiazzante, su cui dovremmo ritornare, concentriamoci sul contenuto dei dipinti. Non so se conoscete il modo di dire secondo cui le prime scene, se non addirittura la prima, sono quelle che racchiudono ciò che il film intende trattare. Questo motto sembra trovare conferma proprio in Bones and All. Infatti, praticamente tutti i dipinti mostrati a schermo hanno due elementi ricorrenti che gli rendono, pressoché, identici tra loro: enormi distese naturali date dalla boscaglia raffigurata ed il costante ergersi fra di esse degli elettrodotti (per chi non lo sapesse, gli elettrodotti sono quelle infrastrutture enormi, collegate fra loro da lunghi fili, che hanno il compito di trasportare l'energia elettrica ad alta tensione). Un primo senso che si può dare a questo accostamento è di tipo dualistico. Precisamente, esso non mostrerebbe nient'altro che il tentativo dell'uomo di emergere dalla naturalezza caotica ed imperante che lo circonda attraverso la costruzione (o sarebbe meglio dire la manipolazione e sublimazione) di oggetti che devono essere ora concepiti come innaturali o spirituali e che possano rappresentarlo adeguatamente, testimoniando il suo trionfo sulla natura stessa (ciò sarebbe, in breve, la civiltà nel senso più lato del termine). Quindi, possiamo riassumere tutto questo con il termine trascendenza o desiderio di trascendenza. Ma è davvero tutto qui il senso che possiamo trarre da queste scene? Ebbene, si potrebbe aggiungere un piccolo particolare. Domandiamoci, che cosa ci ricordano od evocano le immagini degli elettrodotti? Seguendo il flusso di coscienza, probabilmente penseremo a questi termini: umano, artificiale, legame, unione etc. Dunque, questa trascendenza dovrà portare ad una condizione che dovrà essere caratterizzata al suo interno da un elemento di unione di due o più enti simili. Non ha senso nascondere, in quanto è il segreto di pulcinella, che questa unione non si riferisce a nient'altro che all'amore, relazione tendente all'intimità dell'alterità per eccellenza.


Non ci resta che vedere il movimento che viene fatto assumere alle immagini appena analizzate. La pellicola prosegue, introducendoci alla nostra protagonista, Maren, ed alla sua amica mentre discutono di come la prima sia stata esclusa dalle foto di classe a causa delle sue assenze dalle lezioni di un professore. La sua amica decide, quindi, di invitarla a casa sua per la sera, in quanto vi sarebbero state presenti delle altre alunne con cui avrebbe potuto fare amicizia, così da non essere più sola come è stata durante l'anno. Tuttavia, Maren non può andarci poiché suo padre le vieta di uscire. Così, la sua amica le consiglia di sgattaiolare fuori di casa durante la notte per raggiungerla in totale sicurezza. A questo punto, se non abbiamo visto il trailer (sarebbe proprio il caso di fargli più vaghi possibili, senza fargli perdere il loro tratto seduttivo, o di non guardargli proprio per godersi al meglio il film, vivendo in totale sintonia con esso le emozioni o circostanze che ci rappresenta), un primo elemento di disagio ci raggiunge: perché il padre di Maren è così protettivo tanto da essere "tossico"? Ovviamente, non ci preoccupiamo molto di tutto questo; in fondo, Maren riuscirà comunque ad andare dalla sua amica.


Mai un rasserenamento fu più nefasto. In quella casa succede qualcosa di completamente abominevole e mostruoso. Infatti, dopo un breve scambio di dialoghi tra le due ragazze in cui Maren rivela di non aver mai conosciuto suo madre, aprendosi intimamente come mai prima d'ora con l'amica, quest'ultima infila il dito della sua compagna in bocca... Ed inizia a morderlo per staccarlo e divorarlo. Ovviamente, le persone attorno vanno nel panico. Una delle invitate cerca di tirare fuori da sotto il tavolo l'amica intrappolata nella morsa di Maren mentre l'altra si allontana completamente sconvolta. Guadagnino non si fa problemi a mostrarci il dito della poveretta mentre viene maciullato dai denti di Maren.



Scena precedente all'attacco da incubo di Maren ai danni della sua amica.


Tuttavia, perché questa scena, così come tutte le altre della medesima natura, è così forte e realistica tanto da rischiare di far star male un possibile spettatore? Sebbene un dettaglio non da poco consista nell'atmosfera serena e tranquillizzante che la regia di Guadagnino ha creato fino a quel momento e che ora viene così brutalmente spezzata, ritengo che la risposta vada cercata nel sonoro della pellicola e nell' inquietante ed ossessiva musica di Reznor e Ross. In particolare, la gestione del comparto sonoro riesce nell'ardua impresa di disturbare e disgustare con ulteriore profondità lo spettatore attraverso la riproduzione dei rumori della rottura della carne in una forma terribilmente credibile. Ad esso, si aggiunge il pezzo Lost Girls, il quale è di una potenza evocativa e tensione allucinante data da questo martellare sinfonico che si fa sempre più pressante fino a dissolversi lentamente per lasciare spazio a dei rintocchi drammatici (i quali esprimono lo stato d'animo di Maren dopo essere fuggita da quella casa; una condizione di ansia ed angoscia che non può che potenziare l'impatto della scena cruenta a cui abbiamo appena assistito).


Dopo questa scena, Maren scappa dalle compagne per dirigersi verso il padre (faccio notare come, dopo essere uscita dalla porta d'entrata della dimora appartenente alla vittima, Maren passi vicino ad un elettrodotto. Ora, se teniamo fede a quello che abbiamo precedentemente esposto, ciò conferma come Maren non sia un membro della nostra civiltà, quanto, invece, un elemento naturale come ci ha dimostrato la sua bestialità primordiale. Perciò, esso deve essere espulso, o relegato ai margini per la nostra sicurezza, portando alla conseguenza di privarlo della possibilità di legarsi intimamente a quei membri della civiltà che ormai appaiono sempre più lontani da lei o da qualsiasi mostro essa sia). Apprendiamo dalla disperazione di suo padre come questo non sia stato il primo episodio e, forse, nemmeno il più violento. C'è solo una cosa che rimane da fare: ricominciare da capo, mescolandosi tra la folla di un'altra cittadina.


Tutto questo giunge al termine nel giorno in cui Maren compie diciott'anni. Suo padre l'abbandona per la sua incapacità di capire come poterla aiutare. Lascia come "regalo" il certificato di nascita della figlia, alcuni soldi ed un mangia nastri che contiene la storia di Maren... Una vita che, a quanto pare, in larga parte ha dimenticato, permettendoci di instaurare, da questo punto di vista, una simmetria di posizione con il suo personaggio.


Inizia così l'odissea introspettiva della nostra protagonista. Ciò nonostante, il suo tragitto alla scoperta di sé e della propria madre incrocerà le vie di altrettante anime solitarie e dannate. In particolare, quella dell'eccentrico anziano Sully e del riservato ragazzo chiamato Lee. Analizziamo il percorso, la relazione con la propria condizione bestiale e l'identità dei singoli personaggi. Incominciamo dalla stessa Maren.


Maren, dopo aver incominciato il viaggio ed aver ascoltato in preda allo shock la voce di suo padre mentre gli raccontava il suo primo omicidio ai danni di una babysitter (racconto o scena, ancora una volta, accompagnata da una colonna sonora da brivido che aiuta a scavare dolorosamente in profondità nella nostra psiche questi episodi), capita in una piccola cittadina dove incontra un anziano nel cuore della notte. Il signore, nonostante i suoi strani ed inquietanti modi, svela alla ragazza come sia riuscita a fiutarla dalla propria casa, introducendola a questa ignara peculiarità propria dei cannibali (caratteristica che contribuisce a creare un solco ancor più di distanza, ora non più solo etico o civile ma biologico, tra noi e la protagonista stessa con la conseguenza di accentuare la solitudine di quest'ultima). Questo improbabile mentore invita Maren, dopo averla rassicurata di avere delle regole che includono il non mangiare i propri simili, nella sua casa... o per meglio dire quella che lui afferma essere la sua casa.


Sì, perché il caro Sully ci ha portati in realtà nel luogo di caccia in cui ha scovato la sua ultima preda. Maren inizia ad andare nel panico e ad incitare lo stesso Sully di chiamare aiuto in quanto l'anziana signora è ancora viva. Tuttavia, quest'ultimo riesce a convincere la sua compagna di disavventure non solo a non chiamare aiuto ma ad unirsi più tardi al banchetto. Il motivo è subito detto. Infatti, questa loro fame, a detta di Sully, non si può sopprimere ma va saziata per evitare, in futuro, di poter fare del male a qualcuno a noi caro. Maren, certamente, non vuole che questo accada. Quindi, il mattino seguente essa si lascia abbandonare alla sua sete di sangue in compagnia di Sully (devo dire che le immagini di questa colazione, catturate dalla fotografia, sono a dir poco disturbanti; un tratto che ritornerà in maniera prevalente durante le scene oniriche dei due protagonisti, non disdegnando, tuttavia, di divenire anche poetica specialmente negli scatti finali della pellicola). Dopo essersi riempita lo stomaco ed aver parlato con quell'insegnante del macabro, Maren fugge di soppiatto da quella casa e dal suo stesso mentore che la osserva sbigottito e deluso da uno dei due lati della strada su cui freccia l'autobus che la condurrà chissà dove.


Come dirà in uno dei dialoghi successivi, questa decisione è stata presa poiché in Sully vi era un qualcosa di profondamente inquietante. Ma, per capire che cosa abbia spaventato a tal punto Maren, dobbiamo rivolgerci al tratto di strada percorso con un altro personaggio. Infatti, dopo aver attraversato un'ulteriore città, Maren giunge in Indiana. Qui, mentre si appresta a rubare qualche bene in un supermercato, rimane colpita dal gesto di un ragazzo che difende una donna dalle molestie di un ubriacone. Successivamente, scoprirà che quest'ultimo, il cui nome è Lee, è afflitto dal suo medesimo male. È l'opportunità di affidarsi a qualcuno e provare a non essere più sola o, come dice lei, a "non fare del male a nessuno" (a cui segue la battuta del ragazzo: "ultime parole famose"). Tra i due assistiamo a dei momenti di profonda tenerezza, come quello che si svolge in una locanda durante la colazione, in cui il loro rapporto inizia sempre di più a divenire dolce ed a diventare qualcosa di più di una semplice relazione di convenienza, al punto da far sì che Lee stesso si offra di aiutare fino alla fine Maren a trovare sua madre (merito di ciò è la raffinata e potente recitazione, nonché la stessa alchimia, dei due attori che sono Taylor Russell e Timothée Chalamet)


Piccoli momenti che ci fanno dimenticare la enorme lontananza che intercorre tra i personaggi e noi stessi. Tuttavia, da questo piccolo oblio veniamo costantemente recuperati dai dialoghi e scenari raccapriccianti di cui si macchiano questi amanti e che la pellicola ci mostra in tutta la loro nudità o crudezza. È il caso del racconto della prima uccisione di Lee, la cui descrizione delle sensazioni provate richiama un sottofondo sessuale ("ovviamente", a meno che non siate totalmente ingenui, direte voi. Dovremmo ritornarci più tardi su ciò), che però viene interrotto da due personaggi: Jake (interpretato da un'irriconoscibile e sinistro Michael Stuhlbarg, la cui risata ed i cui sguardi sono raggelanti - siamo lontani dalle consolazioni amorevoli e saggie del padre di Elio in Call Me by Your Name, anche se non in modo assoluto come vedremo quando analizzeremo Lee) e Brad. Maren rimane completamente spiazzata ed inorridita quando scopre che Brad non è nato con la loro medesima maledizione ma l'ha voluta, cercata ed assunta grazie agli insegnamenti di Jake. Come può un essere umano desiderare questo incubo? Come può qualcuno bramare di rompere qualsiasi possibilità di legarsi a quegli uomini a cui Maren vorrebbe tanto stare accanto? E, soprattutto, come si può trattare con così tanta leggerezza e superficialità l'abominevole atto che si continua a compiere? Come si può accettare e rimanere in tutto questo?



In particolare, quest'ultima domanda ritornerà ossessivamente nella mente di Maren con la stessa brutalità dei suoi agghiaccianti sogni (da notare come non solo l'accelerata sequenza di immagini accompagnate dai veloci tagli di montaggio, nonché la fotografia ed i suoni da incubo, riescano a rendere la sensazione di star assistendo realmente ad un sogno - ad un brutto sogno per la precisione - ma come la regia qui divenga sempre più simile a quella di Suspiria, adottando la medesima forma usata nelle sequenze oniriche di questa precedente pellicola), specialmente dopo aver scoperto di aver divorato un padre di famiglia. I sensi di colpa assalgono talmente tanto la nostra protagonista da farle accendere un duro confronto con Lee, il quale continua ad insistere sia su come loro siano innocenti, poiché non lo sapevano che si trattava di un padre, che su come questo stesso impulso che gli possiede non possa essere frenato od annullato ( " [...] lo devi fare! dobbiamo farlo! " ).


Questo disgusto etico provato da Maren, permette di aprire uno spiraglio ad una sempre maggiore felice relazione con lo spettatore stesso, permettendogli di vedere l'umano dietro il mostruoso. Il colpo di grazia, in questo senso, viene dato dalla stessa madre di Maren. Infatti, dopo che quest'ultima tenta di uccidere la sua stessa figlia per salvarla da questa vita che l'ha portata alla solitudine ed all'autolesionismo ( la costruzione scenica qui trova i suoi apici ancora una volta nella musica e nel sonoro che rendono l'evento parecchio spaventoso e disturbante- termini che ormai abbiamo imparato ad associare categoricamente a buona parte di Bones and All), Maren afferma in modo perentorio di non voler assolutamente finire in quel modo e di voler cambiare, trascendere questa miserevole vita distruttiva. A nulla servono le parole di Lee che, ancora una volta, ribadisce come questo non sia possibile e che vi sono solo tre strade che si possono prendere in questa storia: o mangi, o ti divori o ti chiudi in quello ospedale psichiatrico. Non c'è nessuna via d'uscita da qui. Questi sono i limiti della carne.


Ma noi, così come Maren, non possiamo accettarlo. Forse c'è un'altra strada; forse, è meglio se ci separiamo da qualsiasi contatto per il nostro bene e quello degli altri. Così, in una scena straziante Maren abbandona Lee mentre dorme, facendolo piombare nella disperazione più assordante. E se ci fosse un'altra strada, una seconda via d'uscita? Se questo male possa venir sublimato in qualcos'altro proprio come ha fatto l'umanità con la natura circostante ed interna a sé stessa? Dopotutto, questa fame non indica per caso il tentativo di riempire un buco od un vuoto al proprio interno. Una carenza che non può che essere mortale. Forse, essa può essere non solo coperta ma anche guarita del tutto. Qual è la forza che può sostenere questo peso? Di sicuro, non è possibile farlo da soli, in quanto è proprio questa condizione ad alimentare questo vuoto con la conseguenza di tentare di sanarlo con l'ingestione dell'oggetto del desiderio, ma vi è bisogno di un altro che ci supporti e ci rimanga accanto, assicurandoci la presenza totale del suo sé, così da non farci protendere verso quella congiunzione fatale, consentendoci di sentire l'assenza del nostro peso che non può che alleggerirsi poiché soddisfatto. Questa soluzione o via è propria dell'amore. Un amore che Maren sceglie quando decide di cercare Lee e che viene sugellato da un momento toccante tra i due che termina con le seguenti parole: " Diventiamo normali per un pò".



Scena sul promontorio in cui Maren consola Lee dalle sue paure, proclamando il proprio amore per lui.


L'amore è dunque un potere salvifico capace di redimere il bestiale per trascenderlo in qualcosa di più sublime, facendo rientrare i soggetti che vivono tale disposizione d'animo fra gli uomini che ora sono loro fratelli e non più prede o strumenti utili ai propri fini. Tuttavia, così facendo, non si risponde alle domande centrali: Che cos'è essenzialmente l'amore? Qual è la sua natura? Essa è solo benigna? Esso è realmente salvifico?


Ciò nonostante, prima di affrontare queste domande, le quali ci richiederebbero di prendere in considerazione gli ultimi minuti del film, occorre vedere i modi attraverso cui questa seconda e formativa via d'uscita può rimanere occulta ai soggetti incatenati totalmente alla propria carne bramosa di lacerazioni. Torniamo un momento a Sully, magistralmente interpretato da un Mark Rylance in stato di terrificante grazia (abbiamo probabilmente di fronte uno dei personaggi più inquietanti del cinema di questi ultimi dieci anni ed è tutto merito di questa prova dell'attore, nonché della guida dello stesso regista. Difficile non paragonare la sua recitazione, per l'impatto che procura nonostante la breve durata - infatti, sarà stato presente nel film per una quindicina di minuti- a quella di Anthony Hopkins in The Silence of the Lambs ). Da lui stesso, apprendiamo come abbia scoperto di essere un cannibale in tenera età dopo aver divorato il corpo di suo nonno mentre era alle pompe funebri. L'unica persona che sapeva di tutto questo era la madre che però lo aveva protetto tramite la menzogna che a divorare il corpo del defunto fossero stati dei topi. Una manifestazione d'affetto, penseremo. Sì, peccato che, come ci riferisce lo stesso Sully, nessuno sia venuto a cercarlo dopo la sua fuga di casa, quasi come se non fosse mai esistito o non fosse stato così importante. Dunque, non stupiamoci dei suoi continui tentativi di trattenere Maren con sé o l'espressione che le rivolge dopo aver visto che anche lei lo aveva abbandonato. Una scena, quest'ultima, caratterizzata da un'inquietudine sottile, proprio grazie all'attore ed alla colonna sonora di sottofondo, e che non trova altro fondamento se non in una paura comune a tutti: non c'è alcuna persona che ci ami o reputi significativo starci accanto; alla fine siamo condannati ad essere soli per sempre, proprio perché non valiamo niente ma, anzi, siamo disgustosi ed indegni della compagnia altrui.



Sully nel suo primo incontro con Maren.


Come può Sully difendersi da questa perpetua sensazione che vive? Un primo modo è quello di continuare a riempire questa assenza della sua solitudine tramite l'unione con gli altri; un unione segnata dall'annullamento dell'altro da sé che tanto si bramava. Ma, appunto, tutto ciò non finisce per confermare ciò che si voleva eliminare, ossia il fatto di essere disgustosi e di meritare, oltre ad essere condannati, una tale condizione di alienazione? Sully non è ingenuo, almeno inconsciamente. Infatti, si protegge da questa verità, data dal fondo che perpetuamente tocca e riafferma, con quattro meccanismi di difesa.


Il primo è dato dalla presenza di alcune regole, le quali vorrebbero indicare una certa moralità che funge da barriera verso la propria bestialità, segnalando una sorta di superiorità o l'affermazione che non si è ancora caduti nel fondo del baratro (ho delle regole; non sono peggiore rispetto agli altri e, dunque, sono più degno di loro di essere amato e posso essere amato).


Il secondo è espresso da una giustificazione di carattere fatalistico dei propri atti, la quale porta ad una ulteriore giustificazione morale che ha come altra conseguenza quella di aumentare l'autopercezione della propria superiorità morale dagli altri emarginati (dobbiamo saziarci perché non possiamo evitarlo, altrimenti rischiamo di fare del male ai nostri cari - io mi sto sacrificando per loro, sto facendo una buona azione alla fine - tutto ciò che possiamo fare è limitare questa nostra caratteristica ed io lo faccio per proteggere quelli come me - non sono un animale, un mostro od una bestia, quindi, ma qualcosa di più alto).


Il terzo ci è continuamente mostrato dallo stesso Sully attraverso le sue parole. Infatti, quest'ultimo, per quasi tutta la pellicola ad eccezione di un momento, parla di sè in terza persona. Questo provoca una frattura della propria identità, data dall'allontanamento di Sully (io parlo di me stesso come se fossi un altro, come se io non fossi completamente questo soggetto), che non ha alcun altro scopo che quello di deresponsabilizzarci e rendere più distanti ed accettabili alla coscienza le azioni che si sono compiute, producendo un innalzamento della propria persona o soggettività (non le ho fatte io, Sully le ha fatte). Questo, almeno ad un livello intuitivo od inconscio, è compreso dalla stessa Maren che più volte, nel corso della pellicola, afferma il proprio fastidio per questo tratto di Sully; il ché ha perfettamente senso dato che Maren cerca in tutti i modi di rimanere o rendere viva nella propria coscienza la mostruosità delle proprie azioni, al fine di superarla o tenerla a bada una volta per tutte.


Infine, l'ultimo è rappresentato dal conservare i cappelli delle vittime legandole fra di loro per formare una salda fune. Così facendo, Sully non solo cerca di allontanare la solitudine ma affievolisce la violenza che ha appena compiuto, dandosi l'illusione di conservare, e dunque far sopravvivere, quelle stesse persone che ha ucciso.


Tuttavia, questi meccanismi non hanno mai fatto avvicinare Sully, nonostante fra i cannibali sia conosciuto per fama grazie al suo incredibile olfatto, ad un'altra persona. Tutto questo si interrompe con Maren che sembra confermare le immagini distorte che Sully si è creato di sé per tutto questo tempo. Ora, cosa succede se però esse vengono deluse da quest'altra soggettività amata? Esse amplificano, come mai prima d'ora, la frattura che è presente al fondo del suo essere e che gli stessi meccanismi di un tempo non possono più sanare proprio perché hanno dimostrato la propria insufficienza dopo l'instaurazione della relazione. Serve, allora, riprendere o riavvicinare a sé quell'alterità che ci ha liberato dalle nostre catene di sofferenza. Così, Sully segue o stalkera la protagonista per tutto il suo viaggio, decidendo di approcciarla dopo aver abbandonato Lee, proprio nel momento di sua massima debolezza, così da essere sicuri di averla una volta per tutte sempre con sé.


Purtroppo, Maren non ne vuole sapere di stare con Sully ed è, giustamente, disturbata dalla rivelazione di essere stata seguita per tutto quel tempo. Questo, distrugge tutte le costruzioni ed immagini salvifiche di Sully, lasciandolo con questi pensieri: tu sei realmente niente; tu sei realmente un mostro; non ti meriti, ora come sempre, nessun affetto. Ovviamente, ciò lascia spazio all'ira dell'anziano che consiglia non solo a Maren di suicidarsi ma anche inizia ad insultarla ("cagna" etc.), lasciando la ragazza con una implicita domanda di cui sa la risposta: "Io mi sono nutrito con te... deve pur valere qualcosa". Non gli resta, dunque, che andarsene ed abbandonare Maren per ritornare alle sue abitudini distruttive. Almeno questo è quello che pensiamo in quel momento.


Ora, dirigiamoci verso Lee. Abbiamo visto come egli sia un ragazzo premuroso e disponibile ad aiutare gli altri come dimostra il caso di Maren. Ma, allora, come fa a convivere con la sua natura bestiale? Anch'egli attua dei meccanismi di difesa, tre per la precisione. Il primo consiste nell'isolarsi dalle persone a lui care ( come la sorella Kayla) poiché crede di essere una persona orribile e pericolosa come vedremo nell'episodio del promontorio. Tuttavia, c'è da dire che quest'ultimo aspetto viene attenuato dalle sue rare visite alla sorella e, alla fine, totalmente rimosso dall'incontro con Maren nel bene o nel male (spiegheremo il motivo di tale debolezza del meccanismo più avanti). Invece, il secondo riguarda, come in Sully, una giustificazione degli atti per mezzo del fatalismo o della necessità irrefrenabile di quest'ultimi, come abbiamo visto analizzando Maren, portando ad una deresponsabilizzazione che è accentuata da un trauma del passato. Infine, il terzo consiste nel modo in cui Lee sceglie le sue vittime. Infatti, egli osserva il carattere di quest'ultimi e, se gli vede particolarmente malvagi o scontrosi o con altre caratteristiche immorali o negative, gli uccide, diminuendo così i rimorsi di coscienza tramite questa superiorità morale apparente. Tuttavia, riprendendo il caso del padre di famiglia divorato al luna park, abbiamo visto come anche queste protezioni siano fallaci o destinati al fallimento.



Lee in una scena del film mentre parla con Maren


In realtà, come già accennavamo all'inizio, Lee ha anche un carattere riservato. Questo suo aspetto che lo condanna ancor di più alla segretezza ed alla lontananza dall'altro, è derivato da un trauma che non solo accentua i tre meccanismi della sua ed altrui protezione ma è anche ciò che lo porta ad avvicinarsi a sua sorella ed agli altri, inficiando il primo meccanismo. Infatti, Lee rivela sul promontorio a Maren di aver lottato con il suo padre violento dopo che quest'ultimo si era messo a colpire sua sorella Kayla. Mentre quest'ultima era andata a cercare aiuto, Lee aveva fatto perdere i sensi al suo violento padre e l'aveva portato ad un capanno dove l'aveva divorato fino all'ultimo pezzo di carne dopo avergli coperto la faccia con del nastro ad eccezione delle narici per permettergli di respirare. Inoltre, veniamo a conoscenza del fatto che suo padre era un cannibale. Tutto ciò l'ha portato a considerarsi "una persona orribile" sia per quello che aveva fatto a suo padre, soprattutto per la gioia provata nel divorarlo, sia perché il suo essere cannibale lo portava ad identificarsi con suo padre, facendo sì che si reputasse un pericolo per i propri cari od un violento tanto quanto quest'ultimo. Tuttavia, proprio questo trauma lo legò profondamente a sua sorella, allentando la sua tendenza esasperata alla solitudine.

Purtroppo, però. anche Lee si trova in una condizione disperata e tragica che lo porta a perdere le persone a lui care come la stessa Maren ad un certo punto della pellicola. Lui stesso se ne rende conto (lo vediamo svegliarsi agitato dopo una sequenza onirica agghiacciante in cui lo vediamo colpire ed uccidere in preda all'ira una persona dopo essere stato abbandonato da Maren. Pensava o si illudeva di avere tutto sotto controllo come gli aveva detto Jake) e, sull'orlo di piangere, decide di chiamare Kayla.


Che cosa può salvarlo? Forse, come dice Jake durante il falò, l'amore lo può salvare. Quello stesso amore verso sua sorella che lo ha fatto desistere dal diventare un Sully; quello stesso amore che lo ha fatto avvicinare a Maren, offrendosi di aiutarla. Infatti, è proprio grazie all'amore che Maren afferma esplicitamente sul promontorio che Lee non solo si apre ed affronta il proprio trauma che lo continua a divorare ma, anche, lo libera da queste tendenze sadomasochiste, facendogli desiderare di diventare normale insieme a Maren. Dunque, anche Lee riesce a risvegliare e realizzare il proprio desiderio di trascendenza da quella dimensione bestiale in cui era affondato, così da reinserirsi nella civiltà e permanentemente fra i suoi cari.


Così l'amore, proprio quell'amore che l'ambiente circostante ai protagonisti ci dichiara come assente (attraverso le radio e le televisioni che, in sottofondo, trasmettono notizie di suicidi, sparatorie, sermoni sull'onniscienza e la punizione divina. Non c'è dunque da meravigliarsi che alcune persone finiscano per diventare cannibali, come è successo a Brad, in questo clima di desolante solitudine e morte in cui viene negata la possibilità dell'unione con l'altro portando ad accrescere e deviare questo desiderio in qualcosa di mostruoso) e che alcune persone non riescono a provare interamente (come ci dimostra l'urlo terrificante di Jake mentre insegue i due protagonisti. Qui l'apparente ambiguità sulla natura dell'urlo - è un triste tentativo di far rimanere lì con loro gli altri o una terrificante dichiarazione di irrealizzazione del banchetto? Ma ha poi senso tenere distinti questi ambiti? Come abbiamo visto, la risposta è negativa - insieme al fenomenale sonoro ed alle musiche, innalza la scena rendendola assolutamente spaventosa. Spaventosa soprattutto perché dichiara una paura che possediamo anche noi- di continuare a rimanere soli ed alienati dagli altri), trionfa e salva.


Ma è davvero così? Analizziamo gli ultimi minuti della pellicola. Vediamo che essi vivono felici in Michigan conducendo quella vita normale così tanto agognata. I due si amano molto; Lee vede e parla regolarmente con sua sorella Kayla; Maren lavora presso una biblioteca. Tutto sembra andare a meraviglia, finché un giorno la nostra protagonista non trova la porta di casa aperta. In pochi secondi, viene aggredita da Sully che non l'ha persa di vista per un solo istante dopo il loro ultimo incontro. Proviamo, di fronte a questo spettacolo, una rabbia impressionante che però non può che lasciare spazio alla pietà più assurda. Sì, perché bastano alcuni attimi per accorgersi che Sully è andato lì non per uccidere o rapire la poveretta... Egli è andato solo per vederla e stare con lei ma, allo stesso tempo, era così disperato da non aver elaborato nemmeno un piano. Improvvisamente, arriva Lee ed i tre hanno una colluttazione al termine della quale Maren divora alcuni organi di Sully mentre lui è ancora in vita, regalandoci una scena da incubo. Tuttavia, le brutte notizie devono ancora arrivare. Lee è stato ferito gravemente e Kayla si è aggiunta al lungo elenco delle vittime conservate da Sully. Per Lee, il quale sembra aver rivissuto il proprio trauma (padre cannibale=Sully; Kayla aggredita=Maren), non c'è nulla da fare e, in un estremo atto, ordina a Maren di divorarlo tutto fino all'osso (esperienza che Jake aveva definito come straordinaria o indescrivibile). Maren acconsente e la pellicola ci mostra questo ultimo gesto disperato d'amore che cerca di preservare l'unità che ora è in pericolo senza, tuttavia, riuscirci pienamente come ci suggerisce il tono malinconico della canzone [You Made It Feel Like] Home e come abbiamo visto analizzando questo desiderio nella sua declinazione cannibale.



Sully in una delle ultime scene del film


L'amore dunque non gli ha salvati; la civiltà non è riuscita a proteggere il loro legame ma si è vista assalita da ciò che aveva permesso la sua creazione e che, proprio per questo, continuava a dimorare in fondo al suo cuore. Anzi, a voler essere precisi, l'amore proprio perché è un desiderio di unità, o di unirsi totalmente all'altro da sé, ha sia permesso ai due amanti di intraprendere il percorso di trascendenza ma gli ha anche condannati a precipitare nuovamente nell'abisso della loro bestialità. Infatti, è l'amore che ha guidato Sully verso Maren e che ha innescato quel conflitto mortale, portando Maren a nutrirsi nuovamente di uomini; così come è l'amore stesso che ha fatto sì che Maren riaffermasse la propria bestialità, divorando Lee per soddisfare il suo ultimo desiderio e tentare una congiunzione immortale.


Il merito che mi sento di attribuire a quest'opera è quella di riuscire a mettere in questione la visione idealistica che ci siamo fatti, e che ancora domina nel senso comune contemporaneo, dell'amore. Infatti, perché innalziamo così tanto l'amore, finendo per proclamarlo come strumento di salvezza assoluta, se come abbiamo visto, proprio perché esso è nella sua essenza un desiderio di unirsi completamente all'alterità, ingloba al suo interno elementi potenzialmente distruttivi ed autodistruttivi? Infatti, seguendo questa logica, perfino il pedofilo e lo stupratore sono guidati dall'amore, ma noi non esalteremo mai queste espressioni visto il malessere oggettivo che causano alla vita delle persone (ammesso che le vittime rimangano in vita). E, per salvare la concezione positiva che abbiamo dell'amore, non basta dire che esse in realtà non siano o rappresentino il vero amore proprio perché abbiamo visto come siano provviste di quel desiderio che lo caratterizza in modo essenziale.


No, noi quando affermiamo espressioni di questo tipo in realtà stiamo esponendo una verità che non sempre vediamo. Ossia, il fatto che noi quando esaltiamo l'amore, in realtà, stiamo esaltando un suo accidente che non sempre lo accompagna. Esso, direbbero alcuni, è il consenso. Così facendo, escludiamo dal nostro quotidiano elogio quegli atti aberranti e giustamente ripugnanti sopra descritti. Ma allora perché la scena finale la percepiamo come drammatica? Perché ci sentiamo restii dal considerarla un esempio positivo ed esemplare d'amore? Perché non andiamo in giro ad esultare e proclamare la grandezza di quegli atti in cui vi è il consenso nell'amore, i quali spaziano dall'amputazione reciproca, dal cannibalismo dell'altro, dall'uccisione dell'altro e così via? Perché le persone, in generale, provano disgusto e repulsione verso quest'ultimi? Perché, in realtà, ciò che noi esaltiamo quando parliamo dell'amore non è il consenso ma tutt'altro.


Noi, infatti, stiamo esaltando solo la persona (termine di origine latina che in principio indicava la maschera assunta nei contesti teatrali per poi essere convertito a significare l'individuo stesso). Infatti, noi reputiamo positivi ed esemplari tutti quei rapporti d'amore dove viene garantita l'integrità dell'individuo o dove esso viva una condizione di benessere e che non profani, come la morte o l'amputazione consensuale, la sacralità della sua persona che viene da noi percepita ed intesa come continua possibilità di autodeterminarsi [infatti, se l'individuo vive in uno stato di profondo malessere, muore o perde degli arti, se non peggio, decade o vengono diminuite la sue possibilità di autodeterminazione poiché alcune delle possibilità su cui riflette, divenendone consapevole e volendole attuare, non possono essere realizzate. Ciò, non può che essere percepito come un'episodio estremamente negativo e drammatico. Perciò, il concetto di persona può essere legato a quello dell'amore e del consenso a patto che questi non lo neghino, altrimenti, se vi è conflitto nella scala dei valori odierni, prevale quello della persona che deve essere protetto - poi, perché questo non avvenga sempre od incontri delle resistenze ci porterebbe lontani (a tal proposito, vi consiglio di visionare l'articolo critico intitolato Il Circuito Inerte dell'Alienazione, presente in questo sito, dove parlo dei valori dominanti nella maggior parte delle società contemporanee. Se vi interessano questi temi, potrei fare un articolo speciale dove spiego più nel dettaglio quest'ultimi e cerco di mostrare la necessità di alcune contraddizioni presenti nella nostra società). Da notare, infine, come il concetto di persona così inteso tenga insieme sia il significato di individuo che di maschera. Infatti, che cos'è l'individuo se non soggettività che si vuole esprimere e si manifesta solamente sotto forme od espressioni costantemente diverse che altro non sono se non maschere che, a differenza della concezione ingenua comune, esse non nascondono ma rivelano tratti del suo carattere che possono essere più o meno coscienti a sé stessi - a tal proposito si noti come gli innumerevoli ruoli che assumiamo nella quotidianità non siano così differenti dall'assunzione di ruoli in contesti ludici e come, a volte, quest'ultimi rivelino aspetti prima sconosciuti dell'altro proprio perché ogni ruolo, per essere interpretato, ha bisogno di un'interpretazione del soggetto che implica un lavoro di traduzione che, come tale, contamina il ruolo rendendolo da oggettivo (es. un amante) a soggettivo (es. la mia interpretazione dell'amante che implica le mie concezioni e la mia individualità con la sua esperienza. Attenzione però, il lato soggettivo ha bisogno sempre di quello oggettivo per attuarsi così come quello oggettivo è inerte o puramente formale senza quello soggettivo che ne è il contenuto)].


Prima di concludere questa sezione, permettetemi di fare delle critiche negative minori alla pellicola in esame. Infatti, sebbene essa mi sia piaciuta molto, come spero si evinca dalla mia analisi, essa presenta anche degli elementi che avrebbero potuto essere migliorati. Mi sto riferendo, in particolare, alla scelta di rendere così vicine le morti di Lee e di Kayla. Difatti, ciò ha fatto perdere molto dell'impatto emotivo che si sarebbe potuto creare per Kayla, in quanto accostata a quella di un personaggio principale, rendendola quasi del tutto priva di valore per lo spettatore che ora è concentrato su Lee. Inoltre, la risoluzione di questo problema non avrebbe gravato sulla durata del film, in quanto sarebbe bastato togliere le scene di Maren nella città che visita dopo quella di Sully (Il cui senso di tenerle continua a rimanere un mistero per me proprio perché sono inutili dato che non succede nulla ed occuperanno 2/3 minuti della durata totale). Fatto ciò, sarebbe bastato aver aggiunto (prima della scena dell'assalto di Sully ai danni di Maren) una scena in cui Lee trovava il corpo senza vita di Kayla (togliendo così nelle scene finali la sua povera e ridotta reazione, l' "oh, cazzo", vedendo la fune di capelli di Sully).


Chiuse queste piccole riflessioni, abbiamo visto come l'amore sia una potenza impotente sotto il lato della salvezza ma, anche, come i nostri elogi dell'amore siano sempre elogi di tutt'altro proprio per le modalità distruttive che può assumere. Ma, quindi, l'amore è inutile? Non proprio. L'amore è in grado di farci vivere momenti nelle nostre vite di una bellezza e benessere sconfinato, oltre a farci del male come abbiamo visto. Questo aspetto sublime dell'amore è mostrato dall'ultima inquadratura poetica della pellicola che ci rappresenta Lee e Maren abbracciati sul promontorio su cui si erano giurati amore reciproco e su cui si erano totalmente aperti l'uno all'altro. L'inquadratura ce gli fa apparire da piccoli ed impotenti rispetto all'ambiente ed al mondo (quello stesso mondo che gli spezzerà) sempre più grandi attraverso un restringimento dell'inquadratura della scena sui loro corpi abbracciati. Forse, è questa l'ultima immagine che essi hanno visto prima di perdersi in quel loro ultimo incontro mortale e disperato in Michigan. Forse l'amore non ci può salvare ma ci può consolare e sostenere nei momenti difficili, anche attraverso il suo ricordo, ed a volte è già tanto solo questo.


Destinazione: Capolinea del cuore


In conclusione, come definire in poche parole Bones and All? Sicuramente, è un'opera che farà parlare di sé anche negli anni a venire come accaduto per Call Me by Your Name.

Grazie ad una regia che spazia dal poetico al disturbante, una fotografia raffigurante immagini di rara bellezza e terrore, una colonna sonora che ci perseguiterà grazie alla sua malinconia macabra ed ossessiva ed un comparto sonoro da far accapponare la pelle, l'opera di Guadagnino si erge come una delle migliori di quest'anno. Inoltre, per mezzo di queste caratteristiche, egli giunge quasi a toccare le stesse vette dell'opera che lo ha consacrato. Dico quasi, in quanto la sceneggiatura del film soffre di alcune piccole criticità che, se fossero venute a mancare, avrebbero giovato di gran lunga alla suddetta opera, permettendole di compiere quella sintesi filmografica completa e definitiva a cui Guadagnino sembrava ambire.


Tuttavia, la qualità è di gran lunga superiore rispetto al suo lungometraggio precedente. Mi sto, ovviamente, riferendo a Suspiria. Difatti, qui non solo la tematica principale viene sviluppata in modo adeguato ma la caratterizzazione e lo sviluppo degli stessi personaggi è sempre puntuale e di buona fattura.


Inoltre, come poter dimenticare la recitazione degli attori. Michael Stuhlbarg è a dir poco inquietante in queste vesti da cannibale tanto da apparire irriconoscibile. Taylor Russell mette in scena egregiamente un personaggio caratterizzato da un conflitto interiore sconvolgente e la cui resa sottile si addice ad un grande attore od attrice; prova che Russell ha superato pienamente, rendendo difficile non tenere d'occhio la sua carriera d'ora in avanti. Per non parlare di Timothée Chalamet, che ci regala una tra le sue migliori performance in questa pellicola. Infine, come non poter parlare di lui, Mark Rylance. Infatti, quest'ultimo ci regala una recitazione disturbante come poche altre in quest'ultimo decennio, consacrando il suo personaggio nelle nostre menti come pochi altri attori sono riusciti a fare in così pochi minuti.


Insomma, Bones and All è un'opera che va assolutamente vista e che non mancherà di farci riflettere su tematiche sempre attuali come l'amore e la solitudine. Un'opera che, nel peggiore dei casi, non può lasciarvi indifferenti dopo la sua visione. Quindi, termino la mia analisi, affermando che l'opera è promossa.




























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